15 gennaio, 2018

Duccio di Buoninsegna

Duccio di Buoninsegna, vissuto tra il 1255 e il 1319 circa, è stato il primo grande protagonista dell’eccezionale stagione pittorica di Siena, tra la fine XIII e la metà del XIV sec. Il suo percorso artistico è per molti versi simile a quello di Cimabue, tant'è vero che non di rado le sue opere, nel passato, sono state confuse con quelle del pittore fiorentino.

Madonna di Crevole, Museo dell'Opera della Metropolitana, Siena
A differenza di Cimabue, il distacco di Duccio dallo stile bizantino nasce da una maggiore attenzione posta alla pittura gotica. D'altro canto la città di Siena, rispetto ad altri centri italiani, trovandosi sul percorso della via Francigena, che collegava Roma alla Francia, aveva inevitabilmente intensi rapporti con l'oltralpe, assorbendone diversi elementi culturali e subendo una precisa influenza artistica, sia dal punto di vista architettonico che da quello delle arti figurative.

Madonna Rucellai, museo degli Uffizi, Firenze

La produzione artistica di Duccio si concentra su un tema molto caro ai committenti del tempo: la "Maestà in trono", con tale termine si indicano le pale d’altare raffiguranti la Madonna seduta su un trono con il bambino in braccio, attorniata da angeli o da santi. La prima opera di grande rilievo attribuitagli, è la "Madonna di Crevole", alla quale segue la "Madonna Rucellai", realizzata a Firenze intorno al 1285 per la chiesa di S. Maria Novella. In quest’opera la vicinanza allo stile di Cimabue è tale che molta parte della critica credeva fosse di quest'ultimo, nonostante precise fonti documentarie attestino inequivocabilmente la paternità del pittore senese.


Maestà, Museo dell'Opera della Metropolitana, Siena

La sua opera maggiore prestigio resta comunque la grande pala d’altare realizzata per il Duomo di Siena tra il 1308 e il 1311. In questa Maestà la Madonna è circondata sui due lati da una fitta schiera di santi, conferendo alla composizione un accentuato, quanto inedito, sviluppo orizzontale. L’opera, di grande complessità compositiva, dipinta su entrambe le facce, ebbe immediato riscontro e suggellò il definitivo successo del pittore senese.

13 gennaio, 2018

La Basilica

La Basilica. Una delle strutture religiose più importanti dell'epoca medievale. Nell'epoca romana era una enorme sala, dotata di tre o cinque navate, deputata alle riunioni pubbliche e all'amministrazione della giustizia. I cristiani, fin da quando il Cristianesimo divenne religione di Stato per l'Impero, estesero l'uso di questo tipo di struttura ad ambiente per la celebrazione del culto, assumendo chiari e precisi canoni architettonici.

L'antica basilica di San Pietro, voluta da Costantino il Grande

La basilica cristiana è uno spazio composto da tre o cinque navate; la navata centrale, che poi è quella principale, è rialzata rispetto a quelle laterali. Ciò consente l'inserimento di finestre che proiettano la luce all'interno di questo ampio spazio. Tale sistema era già usato ai tempi dei Romani: infatti, la basilica di Massenzio ne è l'esempio lampante arrivatoci fino ad oggi.

Navata laterale della Basilica di Massenzio: la navata centrale e quella occidentale sono distinguibili solo dalle tracce di pilastri visibili davanti alla parte intatta della struttura

Dall'immagine soprastante, è possibile notare degli accenni di pilastri sopra la navata laterale intatta. Ciò ci fa comprendere come la navata centrale della basilica dovesse essere alta.

Tale schema architettonico è fondamentale perché sarà uno di quelli più usati dai cristiani non solo per il Medioevo, ma per quasi tutta la storia.
La grande differenza fra la basilica classica romana e quella cristiana è la presenza dell'abside: una struttura architettonica, a pianta circolare o poligonale, presente in direzione opposta all'ingresso, quando esso è in corrispondenza della facciata principale.

Schema della pianta di una basilica: l'abside è la parte colorata in grigio

Quando Costantino decretò di Stato la religione Cristiana, molti templi vennero riconvertiti. Infatti, per motivi liturgici non era possibile, né desiderabile, adottare il modello templare romano, dove all'interno del tempio si custodiva solo la statua di culto del dio e la maggior parte dei riti avveniva in prossimità dell'altare esterno. Solo più tardi (IX-X secolo), in alcuni casi vennero riutilizzati templi greco-romani, murando gli intercolunni e aprendo le pareti della cella (come il Duomo di Siracusa, trasformato in epoca bizantina).

Duomo di Siracusa: il colonnato dell'antico tempio dorico è stato murato, ed il resto della struttura usato per creare la nuova basilica

Le primissime basiliche promosse dall'imperatore furono edificate a Roma, ed erano in grado di raccogliere migliaia di fedeli. Vennero costruite prevalentemente fuori le mura aureliane, sui luoghi di sepoltura, che erano già da tempo oggetto di venerazione e caratterizzati da edicolette votive dei principali apostoli e martiri cristiani (Martyria). La primissima basilica cristiana fu probabilmente San Giovanni in Laterano, costruita su un terreno donato da Costantino I negli anni intorno all'editto di Milano del 313. Furono costruite poi San Pietro in Vaticano, Santa Maria Maggiore e San Paolo fuori le Mura. Le ultime due in particolare, vennero commissionate nel corso del IV secolo dal vescovo di Roma invece che dall'Imperatore, segno della crescente importanza del papato nella vecchia capitale.

Affresco che ben schematizza la vecchia San Pietro in Vaticano. Si noti come la navata centrale sia ampia ed alta rispetto a quelle laterali

Essendo, di solito, le mura basilicali molto esili, non era possibile fare un tetto in muratura, quindi il tetto era a capriate lignee a vista, oppure coperte da un soffitto. Soprattutto nelle prime basiliche paleocristiane era presente un quadriportico di accesso davanti alla facciata.

Quadriportico della basilica di Sant'Ambrogio a Milano

Tutto l'alto Medioevo sarà contraddistinto, generalmente, dalla costruzione di basiliche con tetto in legno e caratterizzate dall'assenza di una cupola. Tale stile è detto Ambrosiano, in quanto tipico delle chiese costruite in quel di Milano. Le prime cupole di forma ottagonale si avranno solamente con l'avvento dell'architettura romanica.

In contrapposizione allo stile ambrosiano, ce ne sarà un altro, nato sempre in quel di Milano: infatti, mentre il clero costruiva la basilica di Sant'Ambrogio, la corte costruiva una chiesa in antitesi con la cattedrale. Tale chiesa doveva essere rappresentativa del potere politico centrale, e di conseguenza ricca di ori, mosaici, statue, e con la nuova architettura dell'impero, cioè non più con la forma allungata delle basiliche, ma a pianta centrale, sormontata da un'immensa cupola. In questo modo nacque il concetto di "duomo". La chiesa in questione era quella di San Lorenzo.

Chiesa di San Lorenzo, rifatta in epoca rinascimentale


L'appellativo di basilica spetta a quelle chiese che sono state insignite di questo titolo conferito dalla Santa Sede o che lo hanno avuto per consuetudine immemorabile. Possono essere "papali" o "pontificie", "maggiori" (caratterizzate dalla presenza del trono e dell'altare papali) o "minori". Esse verranno costruite, in Italia ed in Europa, per tutto il Medioevo e per tutto il Rinascimento. Al giorno d'oggi il titolo è puramente onorifico, ed assegnato dalla Santa Sede agli edifici di culto più importanti costruiti nel mondo.

11 gennaio, 2018

Caratteristiche dell'economia Europea - Parte I

La vita nelle città si caratterizzò, nel XII e XIII secolo, con una costante crescente vitalità. Sorsero nuovi ceti urbani mentre altri rafforzavano la propria situazione economica. A farne le spese furono le classi nobiliari che fino ad allora avevano governato sulle campagne e nelle città. Grandi quantità di merci venivano importate dalle campagne circostanti, ma anche da terre molto lontane come l'Africa e il Medio Oriente. Le migliori condizioni igieniche e alimentari comportarono un superiore tenore di vita, sia nelle campagne sia nelle città; tali fattori contribuirono ad un rilevante incremento demografico in tutta Europa. A beneficiare di una situazione tanto favorevole furono le famiglie borghesi di commercianti e di mercanti che così avevano accresciuto sempre più il proprio potere. Le nobili casate nobiliari, invece, videro ridursi il proprio potere a causa del bisogno crescente di denaro contante. Per questa ragione, furono costretti a cedere parte dei propri possedimenti terrieri, contraendo una serie di debiti. A una situazione che si andava facendo sempre più critica, si aggiunsero le pressioni da parte di sovrani e città.

La città e l'economia medievale in un dipinto

Da una parte i re pretendevano la riscossione diretta dei tributi avvalendosi di propri funzionari: in questo modo veniva sottratto al signore una parte di entrate; mentre dall'altra, i comuni avevano iniziato a esercitare una serie di gravose pressioni sulle campagne circostanti. Il risultato più immediato a tali richieste fu una massiccia emigrazione dalle campagne alla città da parte di famiglie di contadini, cui seguì un aumento dei costi dei beni di prima necessità come i cereali e il vino.
Le città divennero ben presto i nuovi centri propulsori della vita economica medievale, dalle quali dipendeva lo sviluppo stesso dei singoli regni. All'interno di queste città fervevano molte nuove attività commerciali, poiché i traffici a media e lunga distanza permisero di acquistare e vendere prodotti e oggetti provenienti da paesi molto distanti, come l'Africa e il vicino oriente.
Per rendere più veloce ed agevole il traffico commerciale, si pensò di semplificare la rete doganale preposta alla riscossione di pedaggi e dazi. Fu anche chiaro che la rete viaria, come era costituita ai tempi, era insufficiente a contenere il numero crescente e abbondante di richieste relative ai nuovi beni di consumo. Fu naturale, in questa fase di espansione commerciale, scegliere, quale via privilegiata per i traffici tra le città, i corsi d'acqua dolce e il mare.

Una città medievale in un illustrazione

A questo scopo furono costruiti nuovi canali e imbarcazioni dotate di maggiore capacità di carico di merci e di persone. Le città che si affacciavano sul mare oppure che erano attraversate da canali fluviali, beneficiarono dell'aumento del volume di affari; ad esempio città come Barcellona, Venezia, Marsiglia e Genova, intrattenevano una serie di relazioni con le città più importanti del Levante e della sponda meridionale del bacino del Mediterraneo. Esse importavano pregiati tessuti, spezie e aromi, oggetti preziosi e di artigianato, fornendo in cambio manufatti, legname e armi (anche contro il parere della chiesa).
Le città marinare diventarono in breve tempo importanti punti di sbocco commerciale, per il numero crescente di richieste provenienti dall'interno di ogni paese. Esse si organizzarono in compagnie per difendersi da un duplice pericolo: le pressioni politiche ed economiche dei potenti signori e le spinte da parte delle categorie commerciali emergenti. Entrambi questi fattori potevano minare, sia dall'esterno che dall'interno, la solidità e la compattezza di tali imprese commerciali.

07 gennaio, 2018

Il castello a mare

Nell'XI secolo il Ducato di Sorrento, di fede Bizantina, decide di costruire un castello a picco sul mare alle propaggini orientali del suo territorio, al fine di difendere il piccolo borgo di pescatori che si era andato a formare nei decenni passati. Nasce così un castello che, nei secoli a venire, darà il nome ad un'intera città: il Castello a mare di Stabia.

Il castello come appare oggi: è visibile anche parte del muro di cinta di Castellammare

La cittadina di Stabia era stata distrutta da un'eruzione del Vesuvio in epoca romana: l'eruzione aveva profondamente modificato la morfologia costiera, facendo avanzare la spiaggia antistante le irte falesie create dall'erosione marina e creando spazio pianeggiante che permise l'insediamento, in epoca medievale, di un borgo di pescatori. Le prime notizie dell'insediamento si trovano in un documento del 1086, che dunque attesta l'esistenza del castello in quell'epoca. Come ogni castello che si rispetti, esso si trova in posizione strategica: infatti è situato su di uno sperone roccioso, a circa 100 metri di altezza, e domina l'intero golfo dell'odierna Castellammare.

Panorama dal castello

L'aspetto attuale è quello dato alla struttura nel 1470, quando venne attrezzata per resistere alle armi da fuoco: sono infatti da notare le torri cilindriche, ottime per assorbire gli impatti delle cannonate, le postazioni per le bocche di fuoco ed il rivellino, che all'epoca sovrastava un fossato colmo d'acqua.

Le due torri cilindriche che troneggiano sul castello, in primo piano la cinta muraria che circondava la città

Da notare anche la conservazione di parte della cinta muraria che circondava l'antico abitato di Castellammare.
Il castello ha una corte interna di forma triangolare, sul cui lato nord si affaccia la struttura abitabile, mentre i due lati che danno verso sud, in direzione del monte Faito, sono composti da mura difensive.
Il castello era il caposaldo di un sistema difensivo che comprendeva le fortezze di Lettere, Pimonte, Gragnano, oltre ad un sistema di torri di avvistamento, di cui una a mare, collegata con il castello tramite il muro di cui si è parlato in precedenza.
Nel corso dei secoli, la rocca dapprima seguì i destini del ducato di Sorrento e poi quelli del Regno di Napoli. E' anche da ricordare che la seconda delle quattro cattedrali di Castellammare era situata nell'ambito del complesso fortificato, ove risiedevano i vescovi succedutisi, che in essa officiarono dall' 840 al 1362. Al tempo della congiura dei Baroni, la rocca fu consegnata (ottobre 1459), senza resistenza alcuna, dal castellano, il catalano Gaillard, alle truppe di Giovanni d'Angiò, figlio di Renato. Lo stesso Gaillard difese poi, valorosamente e vittoriosamente, il Castello nel 1461 per gli Angiò, contro Antonio Piccolomini, Duca di Amalfi, che aveva vinto, alle foci del Sarno, gli armati angioini ed aveva occupato la città il 23 ottobre.

Nel corso del XIX secolo, il castello fu dipinto da diversi vedutisti napoletani, come Giacinto Gigante, ma anche da artisti stranieri, come l'olandese Anton Smink Pitloo.

Giacinto Gigante - castello di Castellammare
Pitloo - Castellammare

Attualmente, dopo un lungo periodo di abbandono, il castello è stato ristrutturato ed oggi è usato per meeting, ricevimenti e rievocazioni storiche, consentendo così il recupero di un importante pezzo di passato.

02 gennaio, 2018

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che vi proponiamo oggi, sono le seguenti:

MANFRIGO DI CASTAGNE CON IL LARDO

Ingredienti:
700 gr. di pane secco grattugiato
80 cl di latte
1 uovo
30gr. di farina bianca
1,5 cucchiai farina di castagne
Sale e pepe q.b.
Olio di oliva
200gr. lardo
1 spicchio di aglio
Zafferano q.b.
Formaggio stagionato
Foglie di salvia

Procedimento
Miscelare il pane grattugiato con le farine unendovi il latte, l’uovo, sale e pepe.
Una volta pronto l’impasto, formare degli gnocchi che siano piccoli aggiungendo, se necessario, dell’olio per ammorbidire la pasta; cuocerli in acqua bollente fintanto che salgono a galla, utilizzare una schiumarola per toglierli.
Far sciogliere del lardo nel burro aggiungendovi aglio e zafferano, condire gli gnocchi scolati e spolverare con trito di formaggio stagionato.


CAPRETTO ALLA BIRRA

Ingredienti:
1,5kg di cosce di capretto
1 litro di birra
50gr. di uvetta passa
4 spicchi d’aglio
6 fette di lardo
Romasrino
Sale, pepe, olio
Alloro, zenzero
Coriandolo
Cumino

Procedimento:
Prendere le cosce di capretto e disossarle.
Tritare finemente rosmarino, sale, pepe, coriandolo, cumino, zenzero, aglio e spalmare il composto all’interno delle cosce; aggiungere 3 fettine di lardo ed infine arrotolarle e legarle.
Prendere una terrina, versare la birra con l’uvetta passa e mettere le cosce in ammollo, coperte, per una notte.
L'indomani prendere una pentola e versare olio, alloro e le cosce di capretto, facendole rosolare da entrambe le parti, poi aggiungere la birra e l’uvetta passa; abbassare la fiamma e cuocere fino a cottura.

31 dicembre, 2017

Paese che vai... capodanno che trovi!

Eh sì! Esattamente come afferma il nostro titolo, il capodanno nel passato non era necessariamente legato alla transizione dal 31 dicembre al primo gennaio, bensì ad elementi peculiari del luogo considerato.

Il raggio di sole che segna l'inizio del capodanno pisano
Ma procediamo con ordine: nel Medioevo veniva utilizzato il calendario Giuliano, chiamato così perché introdotto, in epoca romana, da Giulio Cesare. Tale calendario prevedeva il passaggio da un anno all'altro alla fine del mese di dicembre, in quanto in quello di Gennaio nasceva il dio Giano, a cui è dedicato, per l'appunto, gennaio.

Volto di Giulio Cesare, inventore dell'odierno calendario
Nel Medioevo invece, ogni Paese aveva un proprio giorno per far cominciare l'anno:

Nel VII secolo ad esempio, i pagani delle Fiandre, seguaci dei druidi, avevano il costume di festeggiare il passaggio al nuovo anno; tale culto pagano venne deplorato da Sant'Eligio, che redarguì il popolo delle Fiandre dicendo loro:
« A Capodanno nessuno faccia empie ridicolaggini quali l'andare mascherati da giovenche o da cervi, o fare scherzi e giochi, e non stia a tavola tutta la notte né segua l'usanza di doni augurali o di libagioni eccessive. Nessun cristiano creda in quelle donne che fanno i sortilegi con il fuoco, né sieda in un canto, perché è opera diabolica »
In Francia invece, l’anno nuovo si apriva a Pasqua nella Domenica di Resurrezione. L’abitudine, definita “stile della Pasqua”, fu cambiata da Carlo IX solo nel 1567. Ma non fu seguita dappertutto. In alcune zone della Francia centrale e occidentale il Capodanno aveva inizio il 25 dicembre, giorno di Natale. E in altre ancora il 25 marzo, giorno dell’Incarnazione.

In Inghilterra ed in Irlanda invece, il passaggio dell'anno avveniva in corrispondenza del concepimento di Cristo, di conseguenza il 7 dicembre.

Giotto - Annunciazione, momento di passaggio da un anno all'altro per Inglesi ed Irlandesi

Nelle terre del Sacro Romano Impero le date potevano sovrapporsi a seconda delle città, ma nella maggior parte dei casi l’anno vecchio finiva proprio il giorno prima di Natale.

La natività di Gesù era il giorno di passaggio di anno per buona parte del Sacro Romano Impero

Sul territorio italiano invece, il passaggio di anno variava fra il 25 dicembre ed il 25 marzo, addirittura alternandosi nel corso dei secoli, come a Milano e Bologna. Anche a Roma, dal X al XVII secolo, il capodanno coincideva col Natale, con un intermezzo voluto da alcuni Papi che preferirono, come data di inizio dell’anno, la festa dell’Annunciazione.

Napoli festeggiava il capodanno in corrispondenza della nascita di Gesù; in seguito, sotto il regno di Carlo I d'Angiò, si decise di farla coincidere con la Pasqua; e così la data di passaggio di anno divenne fluttuante, portando ad anni che avevano un numero di giorni costantemente diverso.

Carlo I d'Angiò, che stabilì la data di fine anno il giorno di Pasqua
Dopo quattro anni però, si stabilì la data del 25 marzo.

A Pisa invece, il Capodanno era scandito da un orologio solare all'interno del Duomo: l'evento infatti, veniva annunciato da un raggio di sole che penetrava da una finestra chiamata, per l'appunto, finestra Aurea. Il raggio colpiva un preciso punto, localizzato vicino all’altare maggiore, il giorno stesso dell’equinozio di primavera, che cadeva il 25 marzo.

Il raggio di luce che dà inizio al capodanno pisano
Anche nell'area veneziana il capodanno cominciava a marzo.


Tutte queste diversità locali continuarono anche dopo l'adozione del calendario Gregoriano. Solo nel 1691 papa Innocenzo XII emendò il calendario del suo predecessore, stabilendo che l'anno dovesse cominciare il 1º gennaio. L'adozione universale del calendario gregoriano fece sì che, anche la data del 1º gennaio, come inizio dell'anno, divenisse infine comune.

Papa Innocenzo XII impose il primo gennaio come primo giorno dell'anno, uniformando così lo scandire degli anni a livello europeo.
Tutt'oggi, il mondo intero festeggia il passaggio di anno nella notte fra il 31 dicembre ed il 1 gennaio. E dato che oggi è proprio il 31 dicembre, vi auguriamo un felice anno nuovo!

29 dicembre, 2017

Gli albori del Medioevo: Le invasioni barbariche e le loro conseguenze

Per conoscere al meglio il Medioevo, bisogna ritornare secoli addietro dove le terre delle popolazioni barbariche si estendevano in gran parte al di là il Danubio e del Reno, territori quasi sconosciuti al tempo. I barbari più prossimi ai confini romani erano i Germani, un popolo composto da varie tribù di cui: Alani, Burgundi, Franchi, Ostrogoti, Vandali, Visigoti ecc.; contadini poco legati alla terra che a quel tempo era scarsamente produttiva. La base della società di quell'epoca era la "famiglia": più famiglie formavano tribù consanguinee, a loro volta riunite in confederazioni militari guidati da capi militari considerati come re. Sin dal 280 d.C., Roma era riuscita a controllare il flusso migratorio degli elementi barbari, che varcano il confine alla ricerca di terre produttive, fertili e anche per arruolarsi nell'esercito Romano. Solo negli ultimi anni del IV secolo, la grande spinta Unna dall'Asia centrale, si propagò fino in Russia meridionale; i confini romani cedettero e le popolazioni germaniche dilagarono nelle aree più ad ovest dell'impero; così ebbe inizio quel lungo fenomeno che duro meno di cento anni. Le popolazioni germaniche avrebbero radicato le loro basi nelle province occidentali dell'impero.

Cartina delle invasioni barbariche

Nel 378 d.C. i Visigoti forzano la linea del Danubio, ma l'imperatore Valente riuscì a deviare la loro avanzata verso occidente; soltanto nel 410 d.C., Alarico penetrò in Italia saccheggiando Roma. Nel 412 si stanziarono nella Gallia meridionale, appena percorsa e razziata dai Vandali condotti da Genserico e diretti in Spagna. Da qui, nel 429, mossero alla conquista dell'Africa.
La Gallia settentrionale venne invasa a più ondate da Alani, Franchi e Burgundi tra il 400 e il 430. Inoltre la Bretagna fu abbandonata dai Romani e lasciata in balia dei Sassoni, che cercarono di stanziarsi a scapito dei Celti, sulle coste del Mar del Nord e della Manica.
Nel 451 e 452 gli Unni di Attila si riversarono in massa sulla Gallia e nella pianura Padana; mentre nel 488 gli Ostrogoti guidati dal loro re Teodorico invasero l'Italia.

Genserico che saccheggia Roma, dipinto di Karl Bryullov (1833-1835)

Nelle zone di confine, le colonie romane spariranno del tutto, già da tempo a contatto con i barbari, tutti i monumenti iniziarono a cadere in rovina; le città vennero saccheggiate dai nuovi arrivati e le scuole sparirono totalmente. In questo modo la civiltà romana si sgretolò completamente. Più a sud, invece, i barbari erano penetrati in questo territorio poco prima entrando in contatto con la cultura romana convertendosi al Cristianesimo; è vero che con il loro passaggio si ebbero distruzioni e saccheggi, l'economia divenne instabile e anche il commercio subì gravi danni. La situazione non durò a lungo: infatti, già nel 417, il poeta Rutilio Namaziano cantava il ritorno dell'età dell'abbondanza e della rinascita della vita sociale. In realtà, le migrazioni delle popolazioni germaniche influirono soprattutto sulla politica dell'Impero che già da tempo aveva legalizzato la presenza barbara sul territorio Romano. Possiamo annoverare l'arruolamento di elementi barbari all'interno dell'esercito regolare; si stabilì, dunque, di collocare i nuovi "contingenti" nelle province ed integrali nell'esercito per mezzo di una specie di "contratto federativo". L'accordo permetteva ai vari clan di mantenere il proprio diritto e le proprie organizzazioni, mentre i loro re trattavano direttamente con l'impero.

I primi regni romano-germanici alla fine del V secolo

I popoli federati assicuravano i loro servigi in cambio di un mantenimento materiale. Questo metodo consisteva nel fornire alle truppe e ai funzionari delle "carte di alloggio" e di "buoni alimentari", validi per approvvigionarsi nei magazzini dell'annona. Ma la ruralizzazione dell'economia costrinse a rivedere questo sistema. Si decise che i proprietari terrieri dovessero cedere un terzo o i due terzi delle loro terre ai capi clan, i quali a loro volta provvidero a distribuirle fra i propri uomini; in questo modo, nelle province, il potere passò nelle mani dei re barbari, capi dei popoli federati. La loro autorità li mise in grado di controllare l'amministrazione, mentre i loro luogotenenti furono addetti al mantenimento della sicurezza dei territori occupati; così le regioni divennero regni dove romani e barbari erano ugualmente soggetti al potere di questi capi militari.
Ben presto i re cercarono di estendere il proprio potere oltre i confini, obbligando il potere Imperiale a ritirarsi progressivamente. Diversamente da quanto era accaduto nei territori di confine, questo nuovo ordinamento non scardinò la civiltà romana: i barbari restavano delle minoranze stanziate in piccoli gruppi che, a poco a poco, assimilarono gli usi e i costumi locali.
Desiderosi di poter entrare a far parte di quel mondo potente e civilizzato, iniziarono a frequentare le stesse scuole romane tanto che in Africa, alla corte del re dei Vandali, si parla addirittura di una vera e propria rinascita culturale e letteraria.

Per quanto detto, in questo periodo si cominciarono ad intravedere i primi albori del Medioevo.

27 dicembre, 2017

L'incoronazione di Carlo Magno e le sue conseguenze

La notte di Natale del 25 dicembre dell'800 d.C, durante la messa celebrata a San Pietro a Roma, Carlo Magno fu incoronato imperatore dal successore di Adriano I, Papa Leone III. Questo titolo non era più stato usato in Occidente dalla abdicazione di Romolo Augusto nel 476, con la caduta dell’Impero Romano d’occidente. Del resto Leone III doveva la sua permanenza sul soglio pontificio proprio a Carlo, che nella primavera del 799, lo aveva liberato dalle prigioni in cui era stato rinchiuso da un gruppo di nobili romani.

Carlo Magno incoronato imperatore da papa Leone III
 Esistono diverse fonti che raccontano di questa incoronazione.
Una di queste ci dice che Carlo venne investito della carica di imperatore seguendo il rituale degli antichi imperatori romani; quindi gli venne revocato il titolo di patrizio ed acquisì il titolo di Augusto.
Un'altra fonte afferma che se quella sera Carlo non era consapevole delle intenzioni del papa, e che quindi, venne incoronato imperatore contro la sua volontà.

"Incoronazione di Carlo Magno" di Raffaello Sanzio, Musei Vaticani
Infatti si racconta di come egli non intendesse assumere il titolo di Imperatore dei Romani per non entrare in contrasto con l'Impero Romano d'Oriente, il cui sovrano deteneva, dall'epoca di Romolo Augusto, il legittimo titolo di Imperatore dei Romani: quando Odoacre aveva deposto l'ultimo Imperatore d'Occidente, le insegne imperiali erano state rimesse a Bisanzio, sancendo, in questo modo, la fine dell'Impero d'Occidente. Dunque, per nessun motivo i Bizantini avrebbero riconosciuto ad un sovrano franco il titolo di Imperatore. Senza considerare il fatto che Carlo aveva già abbastanza nemici (Sassoni e Arabi, per esempio) per mettersi contro il potente Impero Bizantino.

Papa Leone III
Dopo il "colpo di mano" di Leone III, Carlo riuscì comunque ad arginare le ire orientali, con l'invio di grandi ambascerie e un'estrema cordialità nelle missive. I Bizantini non riconobbero mai veramente il titolo imperiale d'Occidente, ma del resto non avevano alcuna reale possibilità d'intervento.
Secondo alcuni storici, Carlo ambiva fortemente al titolo di imperatore, ma avrebbe preferito auto-proclamarsi tale, perché l'incoronazione da parte del Papa rappresentava simbolicamente la subordinazione del potere temporale a quello spirituale.

24 dicembre, 2017

Il pranzo di Natale nel Medioevo

Ormai ci siamo: mancano poche ore alla cena della vigilia ed al pranzo che celebra la nascita di Gesù. Già abbiamo parlato in un precedente articolo di cosa fosse il Natale nel medioevo e da dove abbia tratto le sue origini; ma come era vissuto uno dei momenti più amati di questa festa? Insomma, cosa si consumava a tavola? Oggi lo vedremo insieme.

Il pavone, uno dei piatti più amati nei banchetti natalizi

Prima di procedere nella descrizione di quali fossero alcuni dei piatti tipici del pranzo di Natale, vale la pena ricordare che questa festività arrivava subito dopo l'ultimo raccolto e, di conseguenza, in corrispondenza di una notevole quantità di cibo per l'inverno: non c'era un granché da fare nelle fattorie e, se non era necessario mantenere gli animali tutto l'inverno, era conveniente macellarli. Ragion per cui è possibile immaginare la relativa quantità di cibo a disposizione per questo periodo. Nasce così l'opportunità di poter realizzare, fra i nobili, pantagruelici banchetti; mentre fra le classi meno agiate, era possibile preparare dei pranzi particolari dovuti alla maggior abbondanza di carne e scorte alimentari rispetto ai restanti periodi dell'anno.

Banchetto natalizio medievale
Un piatto particolarmente in voga era quello degli zanzarelli: un impasto di uova, parmigiano e pane raffermo sbriciolato, cotto in brodo aromatizzato allo zafferano. Questa pasta, ridotta a straccetti, era poi condita di spezie e servita a tavola. Gli zanzarelli, serviti in un piatto, hanno questo aspetto:

Un piatto di zanzarelli
Sostanzialmente sono l'antesignano della nostra pasta in brodo.

Altro piatto largamente diffuso, soprattutto fra i nobili, era il pavone vivente, che era la pietanza più amata, a Natale, in Inghilterra, subito dopo il cinghiale farcito. Sostanzialmente il pavone veniva spellato con accuratezza e poi imbottito con uova, erbe, spezie varie e infine arrostito. Dopo la cottura, la pelle con le piume veniva ricucita sull'animale e, a volte ma non sempre, ricoperta di lamine d’oro; il becco veniva anch'esso dorato. Il pavone veniva poi offerto alla dama più importante fra quelle presenti a tavola, e tagliato dal cavaliere dimostratosi il più abile di tutti nei tornei, oppure da una persona di una certa importanza.

Un pavone, il cui piumaggio rendeva il piatto estremamente scenografico
Anche il cinghiale farcito, come detto sopra, era un elemento di spicco sulle tavole nobiliari natalizie.

Uno dei dolci natalizi per eccellenza invece, era il Nucato. Vagamente simile al torrone, il nucato era un impasto di mandorle, noci e nocciole, tenute insieme da miele millefiori; era speziato con pepe, chiodi di garofano, cannella e zenzero. Andava cotto a fuoco lento, e mangiato una volta raffreddato. La caramelizzazione del miele rendeva il dolce un croccante da consumare a fine pasto, un po' come l'odierno torrone.

Un frammento di nucato
Ovviamente il vino ed altre bevande alcoliche erano ampiamente utilizzate.

L'usanza di un pasto pantagruelico per le feste, dunque, ha radici lontane nel tempo.

Il medioevo ci ha dato molte delle tradizioni che formano oggi il nostro odierno Natale e, dato che molti di noi a breve si appresteranno a cominciare a cucinare e a passare il tempo nella piena convivialità coi propri cari, noi di Historie Medievali ne approfittiamo per augurare, a tutti voi che con pazienza e dedizione ci leggete, un sereno Natale.

20 dicembre, 2017

Great Battles of Historie Medievali: la battaglia d'Inab

La battaglia d'Inab, chiamata anche di Ard al-Hâtim o Fons Muratus, ebbe luogo il 29 giugno 1149 tra Nur ad-Din e Raimondo d'Antiochia. Nur ad-Din, atabeg di Aleppo, dopo la morte di suo padre Zangi avvenuta nel 1146, decise di attaccare il principato di Antiochia, con l'intenzione di difendere Damasco che, nel 1148, era stata assediata invano dai Crociati durante la seconda crociata, voluta da Papa Eugenio III.

Battaglia d'Iinab (1149)
Nel giugno del 1149, Nur ad-Din invase il principato d'Antiochia e pose d'assedio la fortezza d'Inab, con l'aiuto di Unur di Damasco ed un contingente di Turcomanni: Nur ad-Din aveva a disposizione un totale di circa 6.000 soldati, per la maggior parte cavalieri; invece il principe di Antiochia, Raimondo, si alleò con Ali ibn-Wafa, della setta degli Assassini, che controllava un territorio confinante col principato, ed era nemico di Nur ad-Din.
Raimondo ed il suo alleato partirono per una missione di soccorso prima ancora di aver raccolto tutte le forze. All'avvicinarsi di questa armata mista, Nur ad-Din tolse l'assedio di Inab e si ritirò.

Recupero del corpo di Raimondo dopo la battaglia
A questo punto, Raimondo e ibn-Wafa non rimasero nei pressi della fortificazione, ma si accamparono con le loro forze in aperta campagna. Quando gli esploratori riferirono a Nur ad-Din che i nemici si erano accampati in un luogo completamente aperto e che non ricevevano rinforzi, l'atabeg fece circondare l'accampamento durante la notte.
Il 29 giugno Nur ad-Din distrusse l'esercito di Antiochia, e sia Raimondo che ibn-Wafa furono uccisi. 

Il sultano allora cinse d'assedio Antiochia, senza riuscirci però, perché la città fu ben difesa dalla moglie di Raimondo, Costanza, e dal patriarca Aimery di Limoges, fino all'arrivo del re di Gerusalemme, Baldovino III, che marciò su Antiochia, riuscendo a liberarla dall'assedio.