29 aprile, 2017

Melfi

Una delle grandi città medievali dell'Italia meridionale è, probabilmente, sconosciuta ai più. Fu la residenza estiva di Federico II di Svevia, un punto strategico sulla via Appia ed ex capitale della contea di Puglia. Nessuno oserebbe immaginare che la città di Melfi, oggi facente parte della provincia di Potenza, sia una meta d'obbligo per chi ama il medioevo.

Castello medievale di Melfi
La storia di Melfi comincia in tarda epoca romana, ai tempi di Costantino il Grande; ma si sa che già dalla preistoria, il luogo fosse abitato. Alcune teorie invece, datano la fondazione della città intorno all'anno mille ad opera dei Bizantini, e precisamente ad opera del generale Basilio Boiannes. Fatto sta, che fra il 1017 ed il 1027, il nome della città comincia ad essere citato nei documenti storici.
Inizialmente, l'abitato era di secondo piano rispetto alla vicina Venosa; nel 1042, Guglielmo Braccio di Ferro, esponente della famiglia degli Altavilla, conquista la città, divenendo vassallo dei Longobardi; e da Melfi parte alla conquista dell'Italia meridionale.
Nel 1059 la città diviene capitale del ducato di Puglia, e si tengono cinque concili ecclesiastici, segno della grande importanza acquisita.

Concilio di Melfi: nel castello della città, Papa Nicolò II incorona Roberto il Guiscardo duca di Puglia e Calabria

In breve tempo, dovette cedere il rango di capitale dei possedimenti normanni prima a Salerno, ed infine a Palermo; e la città divenne un centro importante del nuovo stato Normanno appena creatosi.
Federico II di Svevia ne fa la sua residenza estiva, in quanto, nei boschi sul vicino monte Vulture, poteva praticare la falconeria; il sovrano promulgò le costituzioni di Melfi, codice unico per l'intero Regno di Sicilia.

Copia del XVIII Secolo delle Costituzioni di Melfi

Passata sotto gli Angioini, Melfi comincerà il suo lento declino, nonostante l'ampliamento del castello; sotto gli Aragonesi prima e gli Spagnoli poi, Melfi sparirà del tutto dalla scena politica italiana, divenendo un grosso centro di provincia.

Il castello è senza dubbio la costruzione più importante della città.
Il castello di Melfi sovrasta la collina che domina la città

Cominciato dai Normanni, ed ampliato da Svevi, Angioini ed Aragonesi, ha assunto un ruolo chiave in molte vicende medievali dell'Italia meridionale.
La costruzione più importante per il potere spirituale invece, è senza dubbio la cattedrale di Melfi, cominciata nel 1076 e modificata nel corso dei secoli. Dell'antica costruzione romanica, a parte la struttura interna ed alcuni dipinti conservati nella chiesa, resta l'imponente campanile, decorato con finestre bifore, alto circa 50 metri.

Cattedrale di Melfi con annesso campanile.
Sorgono, in città, anche diverse chiese rupestri, tipiche architetture del territorio lucano.

Chiesa rupestre della Madonna delle Spinelle

Ed infine, degna di menzione è la cinta muraria, in gran parte intatta, che protegge la città.

Una delle porte cittadine, con annessa torre

Si consiglia di andare a visitare i resti della vicina Venosa, precedente capoluogo della zona, prima che Melfi fosse fondata. Pregevoli sono i resti archeologici della città antica e dell'antica abbazia.

Venosa - Parco archeologico della Santissima Trinità, cuore pulsante della regione, prima che Melfi raggiungesse l'apice del suo splendore.

26 aprile, 2017

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che oggi vi proponiamo, sono le seguenti:

MINESTRA DI CECI (per 8 persone)

Ingredienti:
200 GR di ceci
1 cucchiaio di farina
2 cucchiai d'olio d'oliva
10 grani di pepe macinato grossolanamente
½ cucchiaino di cannella in polvere
salvia
rosmarino
gambi di prezzemolo
sale

Procedimento:
La sera prima: lavare i ceci (assicurarsi che l'acqua non contenga troppo calcare, altrimenti cuociono male e restano duri). Metterli a bagno in acqua tiepida per tutta la notte.
Il giorno stesso: mescolare farina, olio, pepe e cannella in una pentola capiente. Aggiungere i ceci e mescolare ancora una volta con le mani. Ricoprire con acqua fredda. Portare a ebollizione. Aggiungere salvia, rosmarino e prezzemolo. Far bollire circa 2 ore (ma dipende dalla qualità dei legumi) a fiamma bassissima. Infine salare e cospargere di timo.


PASTA DI MELE

Ingredienti:
mele
miele 
pepe 
cannella 
zenzero 
chiodi di garofano 
zafferano

Procedimento:
Grattugiare accuratamente molte mele e passarle al setaccio per ottenere un purè omogeneo.
Mettere la purea in una casseruola, aggiungere molto miele, e cuocere a fuoco lento rimestando con cura.
Dopo una lunga cottura (quasi un’ora), incorporare per alcuni minuti una miscela di spezie fatta con pepe, cannella, zenzero, chiodi di garofano, zafferano.
Quando il composto sarà pronto mettetelo in una zuppiera e far riposare per un paio di giorni prima di consumarlo.

24 aprile, 2017

Great Battles of Historie Medievali: La Battaglia di Arsuf

La Battaglia di Arsuf ebbe luogo il 7 settembre del 1191. Le forze che si fronteggiarono erano gli Ayyubidi del sultano Saladino e quelle crociate del re d'Inghilterra Riccardo Cuor di Leone.
Poco prima della battaglia, nello stesso anno, Riccardo aveva conquistato San Giovanni d'Acri dopo la caduta nelle mani musulmane; perciò, decise di marciare lungo la costa in agosto, dirigendosi verso Giaffa e il suo porto. La città era ancora in mani musulmane, motivo per il quale Riccardo ritenne opportuno conquistarla per avere non solo un porto in più favorevole all'approvvigionamento, ma anche un punto di slancio per la riconquista di Gerusalemme ormai caduta in mane musulmane.
Per prevenire l'attacco dei cristiani su Giaffa, Saladino attese l'esercito nemico ad Arsuf, a nord di Giaffa, per tendergli un imboscata. Lo schieramento musulmano contava tra le 50.000 e le 55.000 unità, di cui 30.000 di fanti leggeri, 15.000 fanti pesanti e 8000 cavalieri, che erano di scorta a Saladino; per i Crociati si annoveravano sulle 50.000 unità circa, di cui 25.000 fanti leggeri e arcieri, 15.000 di fanteria pesante e infine sulle 10.000 scarse di cavalleria pesante.
Si sottolinea, nelle cronache del tempo, la differenza di equipaggiamento tra i due schieramenti: i cristiani erano armati e protetti pesantemente, rispetto ai musulmani, che avevano un equipaggiamento molto più leggero.

La Battaglia di Arsuf
 
Lo schieramento crociato si dispose in file serrate, ponendo la cavalleria al centro, insieme agli arcieri inglesi; mentre gli Ospitalieri si posero sul fianco sinistro e i Templari sul fianco destro, lato mare. All'interno dello schieramento vi erano anche soldati francesi, anche se la gran parte era stata lasciata in Terra Santa da Filippo II di Francia, dopo la sua partenza al comando di Ugo III di Borgogna, insieme ad altri nobili normanni, fiamminghi e bretoni, tra i quali Guido di Lusignano, Enrico II di Champagne, André de Chauvigny, Roberto di Beaumont e Hubert Walter arcivescovo di Canterbury.
Nell'esercito crociato si annoveravano anche i nobili Robert de Sablé (Templare) e Garnier de Naplouse (Ospitaliere).

Marcia dell'esercito Crociato e schieramento musulmano per l'imboscata

Iniziata subito dopo le nove del mattino, la battaglia si aprì con un attacco musulmano, con cui vennero scagliati decine e decine di giavellotti e frecce contro l'esercito crociato che marciava lungo la costa. L'attacco ebbe l'effetto di scompaginare le file dei fanti crociati, ma non sortì alcun effetto sulla cavalleria pesante armata.

 Carica della fanteria musulmana

Dopo questo veloce attacco, la fanteria musulmana si aprì per lasciare spazio sufficiente alla cavalleria di caricare a ondate ripetute contro le file crociate. Nell'avanzata della cavalleria musulmana in carica, l'ala sinistra cristiana comandata dagli Ospitalieri fronteggiò l'attacco nemico caricandoli a loro volta; lo scontro che ne conseguì, fu cruento: gli Ospitalieri ebbero notevoli perdite ma non cedettero, anche perchè supportati dagli arcieri inglesi che, con i loro lanci, infastidirono e decimarono la cavalleria musulmana armata molto alla leggera.


 Carica della cavalleria cristiana e musulmana

I comandanti cristiani invitarono Riccardo Cuor di Leone ad attaccare lo schieramento nemico, ma egli continuò a tenere serrato lo schieramento crociato. Tuttavia, come descrivono alcune cronache di quel giorno, due cavalieri Templari, contrari ad una strategia tattica ritenuta troppo difensiva, decisero di attaccare autonomamente, staccandosi dalle file e iniziando la carica, seguiti subito dopo dagli altri Templari, che a loro volta vennero seguiti dalla cavalleria cristiana. Vedendo che l'attacco della cavalleria cristiana era ormai iniziato, Cuor di Leone partì, portandosi a capo della carica, spezzando al momento dell'impatto le fila musulmane nemiche.

Carica totale della cavalleria cristiana e fuga dei musulmani

La battaglia durò poco, l'esercito musulmano fu messo in rotta e costretto alla fuga. A fine battaglia i caduti furono soltanto un migliaio, tra cavalieri e fanti, per i Crociati, mentre per i Musulmani furono circa 7.000 i caduti, compresi 32 emiri.

22 aprile, 2017

Castel Nuovo

A Napoli c'è un edificio che ha simboleggiato, più di tutti, il passaggio della città dal Medioevo al Rinascimento. E' uno dei castelli più imponenti d'Italia, una vera e propria reggia-fortezza; fra le sue mura sono passati personaggi chiave e si sono consumati momenti storici importantissimi; questo castello è il Maschio Angioino, conosciuto anche come Castel Nuovo.

La stupenda volta gotico-catalana della sala dei Baroni

Anno 1266: Carlo I d'Angiò ha sconfitto gli Svevi, e sposta la capitale da Palermo a Napoli. Subito constata che le fortezze presenti non sono adatte ad ospitare la sua corte: Castel dell'Ovo ha spazi troppo angusti, è arroccato ed esposto; stessa cosa per Castel Capuano. Serve una nuova reggia-fortezza, che testimoni sia la potenza degli angioini, ma che nel contempo sia vicina al mare, in una posizione riparata.
Nei pressi dell'insenatura portuale fra castel dell'Ovo e Napoli, a sud-ovest della città, trova il luogo perfetto; così, nel 1279, Carlo fa costruire una fortezza composta da sei torri esagonali, dotata di una cappella palatina e di una sala, detta Sala Maggiore. Il castello viene terminato nel 1282, e risulta essere una reggia grandiosa. Per via delle guerre, Carlo I non vi alloggerà mai, ma vi prenderà sede Carlo II lo zoppo; e la Sala Maggiore, subito è protagonista di un grande avvenimento storico: l'abiura di Papa Celestino V.
Nel 1309, sale al trono Roberto d'Angiò, detto il saggio, il quale subito si adopera in atti di grande mecenatismo: assolda Giotto e gli ordina di affrescare l'intero castello. La Sala Maggiore viene fatta affrescare con scene mitologiche; la Cappella Palatina, con storie dell'antico e del nuovo testamento.

Cappella Palatina, unico ambiente angioino sopravvissuto. Alle pareti sono presenti ancora degli affreschi della scuola di Giotto.
Soggiornano, al Maschio Angioino, personalità del calibro di Petrarca e Boccaccio; e Napoli, a livello artistico e culturale, rivaleggia con le principali città italiane ed europee. In sintesi, oltre ad essere una fortezza, il Maschio Angioino era diventato un importantissimo centro di arti e cultura.
Nel corso dei decenni, il castello resistette a diversi assalti; ma nei primi decenni del XV secolo, una nuova casata sale al trono: quella Aragonese.
Nel 1443 Alfonso d'Aragona, acerrimo nemico della stirpe angioina, conquista Napoli e prende possesso della fortezza, ormai pesantemente danneggiata dalla guerra coi precedenti regnanti della città.
Alfonso ha due obiettivi: cancellare le tracce degli Angioini dalla sua reggia, e competere con la corte fiorentina di Lorenzo il Magnifico; ragion per cui ha in mente un faraonico progetto di ricostruzione del castello: innanzitutto, ne aumenta le dimensioni; riduce il numero delle torri a cinque, e le rende più alte, spesse e possenti; inoltre converte la loro geometria da esagonale a circolare, per resistere ai colpi delle nuove armi d'assedio, che fanno uso della polvere da sparo. Il risultato è un castello imponente, la cui altezza massima supera i 55 metri.

Castel Nuovo, ricostruito da Alfonso d'Aragona, con l'elegante arco di trionfo, capolavoro rinascimentale
Le cinque torri, alte sulla cinquantina di metri dalla base delle loro scarpe, hanno nomi ben precisi: Beverello e dell'Oro lato mare; San Giorgio, di Mezzo e di Guardia lato monte.

Torre Beverello, la più imponente fra le cinque torri che sono a guardia della fortezza

Fra la torre di Mezzo e quella di guardia, fa scolpire da Francesco Laurana uno dei grandi capolavori del rinascimento italiano: l'arco di Trionfo. Così, fra il 1453 ed il 1479, l'architettura napoletana abbandona il medioevo per abbracciare quella rinascimentale.
Inoltre viene fatta ampliare la Sala Maggiore, che verrà ribattezzata Sala dei Baroni, per via di un importante evento storico, la congiura dei Baroni, che si consuma nella stessa: infatti, i nobili del Regno di Napoli ostili agli Aragonesi, vengono fatti uccidere da Alfonso d'Aragona nella Sala Maggiore, che da quel momento cambierà per sempre nome. La Sala dei Baroni si distingue dalla vecchia sala angioina per gli spazi ingranditi (26m x 28m), e per l'elegante volta gotico-catalana di Guillermo Sagrera.

Visione più ampia della sala dei Baroni

Sul lato mare inoltre, il castello si dota di una serie di loggiati che sormontano una scarpa fortificata, i quali conferiscono alla struttura l'aspetto di una reggia.

I loggiati fronte mare di Castel Nuovo, limitati a sinistra dalla torre dell'Oro. Sull'estrema destra la Torre del Beverello, mentre al centro, dove spiccano i mattoni di tufo giallo, la Cappella Palatina di epoca angioina.

Con Castel Nuovo, Napoli entra di diritto fra i più importanti centri rinascimentali d'Europa. La famiglia Strozzi, fiorentina, celebra l'importanza della città con un'importante tavola, attualmente conservata al Museo della Certosa di San Martino, e battezzata Tavola Strozzi.

Tavola Strozzi, mostrante la Napoli del 1472; in primo piano domina il Castel Nuovo
L'interno del castello è ricco di elementi gotico-catalani che conferiscono fascino alla struttura, come il balcone che dà sulla corte centrale, o il grande rosone della Cappella Palatina.

Rosone e portale della Cappella Palatina; sulla sinistra, il balcone decorato con motivi gotico-catalani

Nei secoli a venire, a partire dal viceregno spagnolo, il castello subirà una serie di interventi che faranno perdere la percezione medievale-rinascimentale della struttura. Solo dopo l'unità d'Italia, partirà un ambizioso programma di ripristino che porterà la fortezza, ad inizio novecento, alle forme della Tavola Strozzi, così come gli Aragonesi lo avevano concepito, ripristinando la testimonianza del passaggio di una città dal Medioevo al Rinascimento.

Castel Nuovo, totalmente nascosto dalle superfetazioni accumulatesi fra il XVI ed il XIX Secolo

Il castello, da angolazione simile, dopo gli interventi di ripristino di fine XIX Secolo

20 aprile, 2017

Christine de Pizan, la prima femminista della storia

Cristina da Pizzano, nome italianizzato dal francese di Christine de Pizan (o anche Christine de Pisan), nasce infatti a Venezia nel 1364.
Quando è ancora bambina, il padre Tommaso, medico e astrologo, cattedratico dell'Ateneo bolognese, nel 1368 circa, viene chiamato alla corte francese di Carlo V. Cristina (il nome diverrà poi Christine) ha così modo di ricevere un'istruzione alquanto inusuale per una donna dei suoi tempi, potendo anche accedere alla ricchissima Biblioteca Reale del Louvre, ed opponendosi al volere della madre, che avrebbe preferito si dedicasse ad imparare quelli che erano i compiti classici di una futura moglie, ovvero il cucito, la cucina ed i lavori domestici.

Christine de Pizan in una miniatura che la ritrae nel suo studio
Comunque sia, a soli quindici anni, Christine si sposa, ma rimane precocemente vedova, per la prematura scomparsa del marito a causa di un'epidemia, nel 1390. Con la responsabilità di tre figli piccoli sulle spalle e della madre, vedova anch'essa (il marito, padre di Christine, muore nel 1385), lasciata dal marito in condizioni economiche alquanto precarie, Cristina dedica il proprio impegno allo studio e alla scrittura, tanto da produrre e vendere cento ballate in soli due anni ("Cent balades d'Amant et de Dame"). È molto probabile che, nei primi tempi, lavori anche come copista, fino ad arrivare a dirigere uno scriptorium di maestri miniatori.

Christine de Pizan tiene una lezione ad uno dei suoi tre figli
Nel suo "Livre de la Mutacion de Fortune", opera composta da 23.636 ottonari, scritti tra il 1400 e il 1403, racconta della straordinaria simbolica metamorfosi che la porta a "diventare uomo". Questa responsabilizzazione segna in lei il solco del cambiamento che la porta a diventare scrittrice, una professione tipicamente da uomo. Ancora oggi, grazie alla storiografia medievale, Christine viene considerata come la prima scrittrice europea di professione, che usa come fonte di ispirazione, le proprie esperienze di vita e non le tradizioni mitologiche oppure religiose.

Christine de Pizan tiene una lezione, miniatura
È per queste ragioni, ma anche per i temi trattati nelle sue opere, in cui si oppone strenuamente contro l'imperante misoginia, che Cristina da Pizzano viene spesso considerata come una precorritrice del femminismo.
Sono altre le opere in cui l'autrice condanna fortemente il maschilismo dilagante del suo tempo, come "Epistre au Dieu d'Amours" (1399), "Epistres du Débat sur le 'Roman de la Rose'" e "Dit de la Rose".

La città delle dame
Oltre che scrittrice, Cristina da Pizzano è anche poetessa e filosofa: il suo lavoro più noto è il libretto "La Città delle Dame" (Livre de la Cité des Dames), scritto in pochi mesi tra il 1404 e il 1405. Ispirato a "La città di Dio" di Sant'Agostino, di facile lettura nonostante l'evidente alto livello nozionistico e culturale, "La Città delle Dame" è tutt'oggi un libro estremamente attuale e affascinante, sia per le tematiche trattate, che per la grande passione che traspare dal testo.
Dopo il suo ultimo lavoro, "Ditié de Jehánne d'Arc" (poemetto in 67 strofe di versi sciolti, dedicato a Giovanna D'Arco) del 1429 che, tra l'altro, è il primo entusiastico poema, nonché l'unico ad essere composto mentre la pulzella d'Orleans era ancora viva, Cristina da Pizzano decide di ritirarsi, all'età di 65 anni, in un convento, nel quale morirà intorno al 1430.

18 aprile, 2017

Proposta di lettura: Le grandi battaglie del Medioevo.

Come da titolo, l'era medievale ha segnato un millennio di guerre, battaglie e assedi, ma non solo: lo scontro tra nazioni e spesso anche fra differenti civiltà con ideali differenti, ha reso quest'epoca non solo belligerante ma anche innovativa dal punto di vista culturale e guerresco. Lo sviluppo di numerose tecnologie in campo ossidionale e tattico, ma anche nell'uso quotidiano dell'uomo, ha reso questo millennio sì belligerante, ma al contempo anche innovativo e più moderno dell'epoca romana imperiale.
Il volume presentato "Le Grandi battaglie del Medioevo" scritto da Andrea Frediani, ha lo scopo di descrivere in maniera semplice e dettagliata l'intero millennio, nel corso del quale le armi, le tecniche, le strategie militari subirono numerosi cambiamenti nel corso di numerose battaglie. Molto estesa è la varietà dei fronti che vanno dalla penisola iberica al Medio Oriente, passando ai conflitti attraverso l'Italia, i territori anglofrancesi e l'Europa orientale.

Il libro Le Grandi battaglie del Medioevo di A.Frediani
La guerra medievale è contrassegnata da conflitti la cui portata hanno segnato un ruolo cruciale nella storia dell'umanità, come ad esempio: lo scontro ancora attuale tra Cristianità e Islam, con le Crociate e la Reconquista spagnola, la disperata sopravvivenza dell'Impero Bizantino a oriente; la formazione dell'Inghilterra Normanna e il plurisecolare conflitto feudale con la Francia; le grandi invasioni degli imperi nomadi, dagli Ungari ai mongoli di Gengis Khan, dagli ottomani a Tamerlano; lo scontro-lite tra papato e Sacro Romano Impero e le successive conseguenze, con le lotte tra guelfi e ghibellini in Italia; il cammino degli svizzeri verso l'indipendenza e la creazione del mercenariato.
In conclusione, il volume conta un totale di 500 pagine corredate di immagini e ricostruzioni dei campi di battaglia; Frediani racconta i più grandi scontri campali e gli assedi che hanno segnato in parte i principali conflitti medievali, accompagnandoli alla descrizione della contestuale evoluzione degli armamenti, partendo dall'ascia e dalla cotta di maglia per arrivare, a circa cinque secoli dopo, alle prime rudimentali armi da fuoco e ai nobili cavalieri bardati, dalla testa ai piedi, di armature di piastre.  

15 aprile, 2017

Cola di Rienzo

XIV Secolo, Roma. In una città straziata dalle lotte intestine fra Papi e baroni, un uomo cercherà di difendere gli ultimi, ergendosi a loro difensore e definendosi uno degli ultimi tribuni della plebe. Quella che potrebbe sembrare la tagline di un film moderno, è la sintesi della vita di un grande uomo medievale, Nicola di Lorenzo Gabrini, chiamato dai romani, Cola di Rienzo.

Cola di Rienzo, rappresentato in una statua decorante la scalinata di accesso al palazzo del Campidoglio

Nicola nasce nel 1313 in un rione in pieno centro a Roma, il rione Regola, in una casa non lontana dal ponte Rotto, nei pressi dell'isola Tiberina. Figlio di un taverniere e di una maddalena, visse un'infanzia piuttosto modesta. Estremamente brillante ed intelligente, si appassionò ai ruderi testimonianti il passato glorioso della sua città di origine. Roma, all'epoca, era poco più di un villaggio di agricoltori ridotto, alla miseria dalle lotte intestine fra papi e nobili.

Tor Crescenzia si ritiene essere la casa natale di Cola di Rienzo

Il desiderio di voler leggere gli antichi epitaffi e le lapidi, oltre che quello di conoscere la storia antica, porta il ragazzo ad approfondire gli studi umanistici e diventare notaio. Divenuto anche un ottimo oratore, viene mandato alla corte papale di Clemente IV ad Avignone come ambasciatore popolare del governo della città di Roma. Ad Avignone dove racconta dei soprusi e delle angherie che i nobili della sua città natale infliggevano alla povera gente: «lli baroni de Roma so derobatori de strada: essi consiento li omicidii, le robbarie, li adulterii, onne male; essi voco che la loro citate iaccia desolata.», affermava Cola presso la corte papale. Ragion per cui, Clemente IV lo rimanda a Roma con la carica di notaio della Camera Apostolica, che era una delle figure chiave nell'amministrazione del tesoro cittadino, oltre ad avere competenze legislative e giudiziarie.

Colo sapeva che il popolo romano era analfabeta; così, per comunicare con i romani, adottò lo stratagemma di riempire la città di affreschi: fece dipingere un primo affresco sulla facciata del Campidoglio: esso mostrava Roma in piena tempesta, in mezzo ai corpi di altre città gloriose ormai cadute, circondata dalle allegorie di tutti coloro che volevano sbranarla. Un altro affresco, posto in San Giovanni in Laterano, invece mostrava il popolo romano che, attraverso il senato, dava il potere all'imperatore Vespasiano. Un terzo affresco che fece dipingere in Sant'Angelo alla Peschiera, rappresentava Roma, in figura allegorica di vecchia anziana, che cercava di sfuggire alle fiamme, con i santi Pietro e Paolo che cercavano di metterla in salvo. Purtroppo, tutti e tre gli affreschi sono andati perduti; ma si dice che ebbero grande presa sulla popolazione, che pativa angherie e miserie da parte dei potenti locali.

Chiesa di Sant'Angelo in Pescheria, presso il portico dì Ottavia, dove era presente uno dei tre affreschi commissionati da Cola di Rienzo.
Ed infatti, un gruppo di cittadini si riunì con Cola in segreto, in un monastero dell'Aventino, ed insieme stabilirono come prendere il potere a Roma. A fine aprile 1347, Cola, scortato da un centinaio di uomini, salì le scalinate del Campidoglio, preceduto da tre gonfaloni, e fece un accorato discorso alla popolazione: Roma rappresentava sia la sede del papato che quella teorica dell'impero; ma l'essere fra questi due immensi poteri, aveva ridotto alla miseria il popolo.  Ragion per cui, desiderava un comune guidato da rappresentanti del popolo di Roma. Le sue idee ed aspirazioni principali erano le seguenti:

  • limitare la violenza privata tramite legge del taglione (applicare la stessa pena proposta da un eventuale calunniatore);
  • introdurre un embrione di welafare destinando risorse pubbliche al sostegno delle fasce di popolo più deboli;
  • stabilire un nuovo rapporto coi baroni in cui non assoldano malfattori, che usino il loro potere per il benessere di tutti e non per consolidare il potentato di alcuni.
Disegno cinquecentesco di piazza del Campidoglio, prima della sistemazione attuata da Michelangelo Buonarroti, e così come sarebbe dovuta apparire ai tempi di Cola di Rienzo.

Queste idee infiammarono la popolazione, che acclamò Cola di Rienzo signore del Comune di Roma. Ma i baroni andarono su tutte le furie: Stefano Colonna tornò a Roma per stracciare l'editto; diversi altri baroni occuparono i ponti. Roma era sull'orlo della guerra civile.
Stefano Colonna venne fermato e messo in fuga dal popolo, mentre Cola di Rienzo intimò ai baroni di liberare i ponti e di ritirarsi nei loro territori fuori città. Inoltre giustiziò sommariamente chiunque si era reso responsabile di episodi rissosi, e si fece nominare tribuno del popolo romano. I baroni cercarono di organizzare una congiura; ma per via degli attriti presenti fra loro, non ci riuscirono.
La situazione preoccupante, convinse i vari baroni a giurare fedeltà a Cola: cominciò proprio Stefano Colonna, poi gli Orsini e così via.
Per Roma cominciarono anni finalmente floridi: si crearono importanti classi di giudici, notai e commercianti; e l'intento comune era quello di ridare a Roma l'antica grandezza delle epoche mitiche, ormai perdute nei meandri della storia. Cola di Rienzo era rispettato ed onorato da popolo e nobili; ed il tribuno del popolo cercava la pace e rapporti diplomatici con tutte le città italiane, a prescindere dal loro parteggiare per l'Imperatore o per il Papa. Ma la megalomania, presto, avrebbe fatto prigioniero il politico illuminato per lasciar posto al despota tiranno.

Federico Faruffini: dipinto ottocentesco di Cola di Rienzo che contempla le rovine di Roma

Cola si proclamò cavaliere a Roma, fece arrestare i Colonna e gli Orsini che lo sostenevano; totalmente impazzito, si diede alla gozzoviglia, ai piaceri del vino, del cibo e della carne, rischiando più volte il sollevamento popolare, che ora odiava il signore del comune di Roma. I baroni arrivarono alla guerra con le forze armate di Cola, e alla fine, l'ormai ex tribuno del popolo, si dovette rifugiare a castel Sant'Angelo, dove venne accusato di eresia. Intorno al 1350, Cola riuscì a fuggire da Roma e a rifugiarsi in Boemia dove riesce, in appena quattro anni, a rifarsi un nome e a tornare a Roma. Ma ormai il politico è irriconoscibile: grasso, alcolizzato, incline alle battute a sproposito. Dopo una breve parentesi amministrativa la popolazione, stizzita dalle gabelle che richiedeva, chiede la sua destituzione.
Cola cerca di scappare, ma viene catturato per essere messo sotto processo; ma un gruppo di popolani lo pugnala a morte e lo lincia. Il suo cadavere viene appeso di fronte a palazzo Colonna, per poi essere bruciato davanti al mausoleo di Augusto tre giorni dopo.

Palazzo Colonna, dove viene appeso il cadavere di Cola di Rienzo
Le sue ceneri verranno sparse nel Tevere, ma rimarrà comunque intaccata la memoria del lungimirante statista che voleva restaurare la gloria di Roma; cosa che riuscirà ai Papi, nei secoli a venire.

09 aprile, 2017

Monteriggioni

La bellezza dell'Italia risiede nel fatto che esistono luoghi inalterati da secoli. Visitare questi posti, è come fare veri e propri viaggi nel tempo, che mostrano come sarebbe potuto apparire il panorama medievale dell'Italia ad un viandante dell'epoca. Di esempi eclatanti del genere ne sono piene la Toscana e l'Umbria: basti pensare a posti come San Gimignano o Montefalco, nei pressi di Foligno. Ma forse, l'esempio più bello di paese protetto da cinta muraria, immerso nella campagna incontaminata, è Monteriggioni in provincia di Siena.


Monteriggioni vista dalla sua incontaminata campagna

Siamo nel 1214: Siena è un libero comune che acquista un fondo regale longobardo da una nobile famiglia, quella dei Da Staggia. Il fondo consisteva in una collina su cui sorgeva una fattoria; per tali ragioni venne chiamato Mons Regalis. La ragione dell'acquisto di tale fondo da parte dei senesi era squisitamente strategica: dal sito si controllava la via Francigena; dominava le vallate dei fiumi Elsa e Staggia, oltre ad essere la principale via dei passaggio dei fiorentini, storici nemici dei senesi. Alla luce di tali ragioni, costruire un castello in quel sito, significava avere un forte controllo sui territori settentrionali del comune di Siena, ed un vantaggio strategico su Firenze.
La costruzione del castello (così definito dagli stessi senesi, nonostante il palese aspetto di centro urbano), è sancita da una lapide presente nella stessa Monteriggioni.


Lapide testimoniante la costruzione del castello da parte dei senesi

Intorno al castello, costruito ex novo, vennero realizzate le cosiddette carbonaie: fossati riempiti di carbone che, nel caso di assalto nemico, veniva incendiato per allontanare gli assalitori. L'andamento morfologico della collina, consentì la costruzione di un tracciato murario di forma circolare.

La forma circolare della cinta muraria, praticamente intatta

Alle mura della città, mancano soltanto gli antichi rivellini e le porte a saracinesca, la cui presenza è dedotta dai segni lasciati sui mattoni presenti vicino agli accessi al paese.
La costruzione della piccola cittadina terminò nel 1219, ed appena pochi decenni dopo, nel 1244 e nel 1254, i fiorentini cercarono di espugnarlo e strapparlo a Siena, esaltandone così l'importanza strategica della posizione. Dopo la peste del 1300, i senesi misero alcuni fanti ed un capitano a presidio del piccolo centro dai malfattori; ma la storia del paese continuerà ad essere piuttosto burrascosa: nel XV secolo, con l'introduzione dell'artiglieria, le mura vennero parzialmente interrate per resistervi meglio; inoltre, nei secoli successivi al medioevo, il paese dovrà sostenere ulteriori assedi dovuti sempre all'importanza strategica del posto.

L'abitato all'interno delle mura è estremamente piccolo, composto da case la cui maggior parte presenta un orto, ed una piccola badia centrale, rimasta pressoché inalterata nel corso dei secoli, di stile romanico.

Piazza centrale di Monteriggioni, oggi conosciuta come piazza Roma

Le mura sono il fiore all'occhiello del centro urbano: perfettamente conservate, sono costellate da alte torri. E' possibile percorrere il camminamento in legno ed avere così un'idea di come potesse essere quel presidio militare medievale.

Camminamento sulle mura di Monteriggioni

Le porte di accesso alla cittadina invece, si aprono in corrispondenza delle torri della città. Tale soluzione era molto adottata in centro Italia.


Porta Franca, una delle vie di accesso al paese.

Visitare Monteriggioni, significa fare un salto indietro di svariati secoli; accostarsi al fascino del mondo medievale; e soprattutto avere l'occasione di vedere un posto che il tempo e la storia non sono riusciti ad intaccare. La visita a Monteriggioni, e al suo territorio ricco di testimonianze storiche, può essere una buona idea per un week end all'insegna della cultura.

07 aprile, 2017

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che oggi vi proponiamo, sono le seguenti:

LENTICCHIE CON PANCETTA E SPEZIE (per 4 persone)

Ingredienti:
300 gr. di lenticchie secche
30 gr. di pancetta di maiale 
2 spicchi d’aglio 
1 rametto di rosmarino e di salvia 
3 foglie d’alloro 
sale e pepe quanto basta
una radice di zenzero 
chiodi di garofano 
cannella 
olio extravergine d’oliva

Procedimento:
Lessare le lenticchie secche in abbondante acqua insieme ad alloro, rosmarino, salvia e zenzero. A parte preparare un soffritto con pancetta e aglio triturati. Quando le lenticchie sono cotte aggiungere il soffritto, sale e spezie e far bollire per 10 minuti.
Prima di servire aggiungere su ogni scodella un filo d’olio a crudo.


TORTA DI PASQUA (per 4 persone)

Ingredienti:
250 g di pasta da pane
100 grammi di farina
100 g di formaggio pecorino tenero
50 g di pecorino grattugiato
4 uova
burro
sale

Procedimento:
Sbattete in una terrina le uova, mescolandole con il pecorino grattugiato e con quello tenero tagliato a dadi. Lasciate riposare il composto per circa mezz' ora.
Ponete sulla spianatoia la pasta da pane, incorporatevi la farina e un pizzico di sale; impastate per 5 minuti, quindi versate al centro alcune cucchiaiate del composto di uova sbattute e formaggio. Lavorate con la punta delle dita in modo che la miscela venga assorbita dall' impasto prima di aggiungere, sempre a piccole dosi, il resto. Lavorate bene il tutto finchè sarà diventato soffice e omogeneo, poi disponetelo in una capace terrina, copritelo con un tovagliolo e lasciatelo lievitare in un ambiente tiepido per un paio d' ore. Ungete una teglia di burro, versatevi la pasta, copritela nuovamente con un tovagliolo e lasciatela lievitare, sempre al tiepido, per un' altra ora. Servite la torta tiepida. La Ribollita e', divenuta particolarmente ricercata dai turisti come simbolo stesso della cucina di Siena: anche se adesso non puo' mancare nei menu' dei ristoranti piu' raffinati, la Ribollita, come molti altri piatti tipici senesi, era un piatto "da poveri". Ci sono infatti tutti gli elementi base della cucina Senese, olio extravergine di oliva, "quello bono", pane e fagioli cannellini. La base del piatto e' un minestrone di verdura che veniva irrobustito con le fette di pane raffermo, per essere poi mangiato anche nei giorni seguenti, riscaldato (ribollito, appunto).

03 aprile, 2017

Il knattleikr, lo sport dei Vichinghi

In un precedente articolo, ci siamo occupati di uno sport considerato una sorta di antenato del calcio moderno, la soule, praticato nel nord della Francia ed in Cornovaglia, in epoca medievale. Oggi invece, andremo a trattare quello che era lo sport (anch'esso da valutare come precursore del calcio odierno) praticato da quel grande popolo del nord Europa che erano i Vichinghi. Ebbene, anche essi, che non erano costantemente impegnati a compiere scorrerie e ad ubriacarsi di idromele, giocavano a palla, nell’estremo Nord dell’Europa, ovvero in Islanda, Scandinavia e Danimarca. Più precisamente gli uomini, giovani e adulti, praticavano il knattleikr: di poche parole per indole, i Vichinghi non hanno lasciato grandi descrizioni e testimonianze di questo sport, ma da alcune saghe nordiche si è evinto che era un gioco in cui gli atleti, divisi in due squadre, con un proprio capitano, si contendevano una palla dura e pesante.

Incisione del 1763 di Hans Egede raffigurante giochi con la palla dalla Description et Histoire naturelle du Groenland
Chiaramente, lo scopo del gioco era riuscire a portare la palla all'altezza dell'estremità del campo avversario, a mani nude o colpendola con un bastone. Il gioco era regolato da un dettagliato codice che prevedeva possibili falli e infrazioni: come per la soule, non era però sanzionato il contatto fisico con l’avversario, anzi, lo scontro era basilare per la competizione stessa e nelle lotte che si ingaggiavano sul terreno, prevalevano la forza e l'esperienza. Oltre alla violenza fisica, fatta di pugni e placcaggi, la "battaglia" sul campo era condita anche da una discreta dose di violenza verbale, costituita principalmente da espressioni colorite: urla di guerra e minacce accentuavano il parapiglia sul terreno di gioco e l’intimidazione era una potente arma da adoperare contro gli avversari, almeno quanto la sopraffazione fisica.

Altra incisione dalla Description et Histoire naturelle du Groenland di Hans Egede
Per giocare, si adottava una vestiario apposito, antenato delle moderne divise sportive.Questi match potevano protrarsi dalla mattina fino a notte fonda, in tornei che duravano anche intere settimane, coinvolgendo clan provenienti anche da territori molto lontani. Il pubblico, solitamente numeroso, partecipava in maniera attiva con invettive e incitamenti, posizionandosi ai margini del terreno di gioco, accuratamente delimitato. A seconda della stagione, il knattleikr si disputava su campi in erba o sul ghiaccio; nel qual caso, i Vichinghi cospargevano le suole dei loro stivali di bitume o di sabbia, in modo tale da assicurarsi una maggiore aderenza al suolo.

Il knattleikr oggi
Tuttavia, erba o ghiaccio poco importava. Il terreno di gioco era l'ultimo dei pensieri per gli atleti: era il knattleikr stesso a essere fondato su durezza e violenza, senza la benché minima esclusione di colpi, al punto tale che anche la legislazione dell’epoca cercò di muoversi nella direzione della salvaguardia dell’incolumità dei partecipanti: un codice del XII secolo (il Grágás) prevedeva che ciascun partecipante al gioco era libero di abbandonare il campo in qualunque momento. Possiamo comunque presumere che questa possibilità sia stata presa raramente in considerazione, in quanto uscire dal gioco, per un vichingo, orgoglioso e fiero, dovesse rappresentare una sconfitta soprattutto per l'onore, oltre che per il corpo.