24 giugno, 2017

La sfortunata campagna italiana di Enrico VII di Lussemburgo

Il 24 agosto 1313 moriva a Buonconvento l’imperatore Enrico VII di Lussemburgo (o Arrigo VII, come è comunemente conosciuto). Conte di Lussemburgo, era nato a Valenciennes nel 1275 ed era diventato re di Germania nel 1308, prima di essere incoronato imperatore del Sacro Romano Impero nel 1312. Tentò di perorare la causa imperiale in Italia, ma dovette fronteggiare, fin da subito, sia l’ostilità del re di Francia, che quella di Roberto d’Angiò re di Napoli. Persino il papa, Clemente V, che, inizialmente, lo aveva sostenuto, in cambio della promessa di tutelare i diritti della Chiesa e i privilegi delle città sottomesse al pontefice, oltre che dell’impegno a promuovere la crociata, finì per contrastarlo.

Particolare del Monumento di Enrico VII, Tino di Camaino, 1313, Duomo di Pisa
Nell’ottobre 1310 Enrico era disceso in Italia per dirigersi a Roma e lì ricevere la corona e la conseguente legittimazione della sua dignità di imperatore. A suo sostegno, si schierarono i ghibellini e, talvolta, anche dei guelfi, come Dante Alighieri, per esempio, che agognava la restaurazione delle istituzioni imperiali. Ma la strada verso Roma, per Enrico, fu tutt'altro che in discesa. Infatti, si trovò a scontrarsi con un fronte compatto di città guelfe che si erano coalizzate, e la sua avanzata lungo la penisola, si tramutò in una logorante guerra di assedi contro queste città, una dopo l’altra. 

L'incoronazione di Enrico VII nella Basilica del Laterano
Nonostante le difficoltà, Enrico VII giunse a Roma a maggio, e il 29 giugno 1312, tre cardinali di fede ghibellina incoronarono. La situazione geopolitica italiana si era però talmente surriscaldata da indurre Enrico a lasciare Roma e a risalire verso la Toscana. Qui, a parte la fedelissima e decisamente ghibellina Pisa, in cui arrivò nel marzo del 1313, il sovrano aveva dovuto fare i conti con la strenua resistenza di Firenze, prima, e della ormai guelfa Siena, poi.  E fu proprio durante l’assedio di Siena che manifestò, in tutta la sua virulenza, la malaria che il sovrano aveva contratto, al punto che, verso la metà di agosto, gli imperiali smontarono il campo con l'intenzione di dirigersi verso i Bagni di Macereto, dove contavano di far riposare l'imperatore. Il 24 agosto, però, Enrico morì all'altezza di Buonconvento. Si parlò di un avvelenamento da parte di un frate, ma in realtà, questa è solo una leggenda. 

La lapide che, a Buonconvento, ricorda la morte di Enrico VII
Per i suoi uomini il problema, ora, era di trovare un modo per trasportare la salma del re al luogo della sepoltura, passando per Pisa; un'impresa di non facile portata, soprattutto sotto il sole ed il caldo rovente dell'estate. Così, come da prassi consolidata, il cadavere del sovrano fu eviscerato e le interiora furono sepolte nella chiesa di San Pietro, a Buonconvento, dove restarono fino alla fine del XVIII secolo. Questa misura però non fu sufficiente. Infatti, imboccata la strada per la Maremma, l’esercito, divenuto ormai un corteo funebre, transitò da Paganico e, all’altezza di Suvereto, fu costretto a praticare un ulteriore trattamento sul cadavere. Anche stavolta, sulla base di un usanza abbastanza comune per i corpi dei sovrani, la salma di Enrico fu bollita e ne furono prelevate solo le ossa scarnificate, che furono poi condotte e sepolte a Pisa. 

La tomba di Enrico VII come si presenta oggi
Dalla città toscana, secondo le intenzioni, i resti dell'imperatore sarebbero dovuti ritornare nelle terre imperiali del Nord, ma non si mossero da lì. Soltanto ad una sontuosa tomba, opera del celebre scultore senese Tino di Camaino, costruita nel 1315 e poi, nel corso dei secoli, sottoposta ad innumerevoli cambiamenti, stravolgimenti e, talvolta parziali distruzioni, fu affidato il compito di ricordare al mondo la fine del sogno di ricostituire il potere imperiale sulle italiche terre.

22 giugno, 2017

Rocca Calascio

In tanti nostri post, abbiamo dimostrato come l'Italia custodisca panorami e scenografie suggestive a sfondo medievale. Esiste un luogo, nell'Italia centrale, dove le suggestioni raggiungono vette quasi inarrivabili: questo posto è in Abruzzo, ed è la Rocca di Calascio.

Il castello di Calascio
Sulle propaggini meridionali del Gran Sasso, in sella ad un crinale a 1460 metri di quota, il re normanno Ruggiero d'Altavilla decide di costruire, dopo il 1140, una rocca che dominasse le vallate ed il territorio sottostante. In effetti, il panorama che si può ammirare dalla rocca spazia per decine di chilometri, rendendo il sito un luogo di avvistamento ideale.
Il primo documento storico che attesta la presenza del castello, risale al 1239; ed insieme ai borghi vicini formerà una baronia che verrà smantellata soltanto ai tempi dell'unità d'Italia, quando gli ultimi diritti feudali verranno annullati.
La fortezza, a pianta quadrata e a torri inizialmente quadrate, ebbe diversi proprietari, fino a quando, nel 1463, Ferdinando di Aragona la affidò ai Piccolomini, che ricostruirono le mura in ciottolame e crearono le attuali torri angolari cilindriche.

Le torri angolari quattrocentesche e la base in ciottoli, col mastio centrale che emerge dall'interno delle mura
Il borgo venne abbandonato nel 1703 a seguito di un devastante terremoto, e rimase tale fino al XX secolo, quando il sito venne recuperato.
Il castello presenta i resti di una merlatura ghibellina, visibile lungo alcuni camminamenti di ronda.

Muratura del castello
L'accesso al castello avviene attraverso una rampa in legno retrattile, sospesa a cinque metri dal suolo; intorno sono presenti i resti di un borgo, che rappresenta l'antico agglomerato urbano più prossimo alla fortezza.

Il borgo abbandonato di Calascio
La natura aspra rendeva il territorio letteralmente inespugnabile. Un borgo più recente, meno esposto ai continui terremoti della zona, venne costruito più a valle del precedente, ed è tuttora piuttosto conservato.

Borgo di Calascio recente, posto leggermente più a valle rispetto a quello più antico
La commistione fra paesaggio e medioevo è pressoché unica: l'assenza di alberi, che consente la vista per decine di chilometri, imprime nell'escursionista una sensazione di immensità al territorio osservato.
Ogni parola, nel descrivere la suggestione di tali panorami, sarebbe superflua. Quindi è giusto lasciar parlare le immagini, e lasciare a voi lettori la scelta di stabilire se valga la pena di andare a visitare un posto del genere.

Panorama dalla rocca verso il Gran Sasso, con la chiesa di santa Maria della Pietà, di epoca barocca
Castello dal sottostante burrone
Crinale su cui sorge il castello, sullo sfondo la Maiella
Santa Maria della Pietà ed il Gran Sasso sullo sfondo

20 giugno, 2017

La Balestra

La balestra è stata un'arma da lancio davvero importante nell'epoca medievale: la sua prima comparsa, molto probabilmente, avvenne intorno al X secolo, anche se la si conosceva già prima di Cristo, grazie ad alcune fonti storiche cinesi risalenti al 300 a.C.
Un'arma molto simile alla balestra, la balista, fu utilizzata durante l'epoca romana. Essa era di dimensioni molto più grandi, al punto da dover essere fissata a terra; un'altra versione intermedia tra la balista e la balestra, fu lo Scorpio.
Ritornando alla nostra epoca, l'apogeo di quest'arma da lancio si ebbe dal XI al XIII secolo, poi ci fu un forte calo durante il XIV per l'avvento sempre più veloce delle armi da fuoco. L'efficacia di quest'arma era data dalla potenza d'impatto del quadrello che riusciva a perforare una cotta di maglia del tempo con, al di sotto, l'imbottitura (gambeson). Tralasciando l'arco composito e quello a doppia curvatura, la balestra fu l'arma più letale del tempo. La gittata non era ampia, pertanto più l'avversario era vicino, più era facile ucciderlo con un solo colpo. Inoltre l'addestramento per il suo utilizzo era più breve rispetto a quello riservato per l'utilizzo dell'arco.

Un balestriere dalla Bibbia Maciejowski (1250)
 La balestra è costituita da un arco di legno o corno, da una calciatura (fusto) denominata teniere e destinata al lancio di quadrelli, dardi, frecce. La corda dell'arco veniva caricata a mano con l'ausilio di un gancio, oppure senza di esso; alcuni modelli del tempo avevano un poggia piede (staffa) per facilitare l'issata della corda, oppure le balestre del XIV secolo avevano un metodo di carico che prevedeva due levette laterali nella parte finale del fusto.

Balestra a staffa

Balestra con carico a levetta

La balestra ha una fase di caricamento più lunga dell'arco, pertanto nella pratica in battaglia ci si doveva riparare per poter ricaricarla; il lungo caricamento era bilanciato dalla notevole distanza di ingaggio, motivo per il quale per migliorare l'efficacia di un balestriere in battaglia, soprattutto con arcieri o tiratori avversari, venne introdotto l'uso dei palvesi, ovvero grandi scudi di legno rinforzato dietro cui i balestrieri si riparavano durante la fase di ricarica. Questi scudi potevano essere assicurati dietro la schiena oppure portati da un addetto, chiamato "palvesario". L'assenza dei palvesari nella battaglia di Crecy portò alla sconfitta dei francesi alla guida di re Filippo VI di Francia. La balestra provocò un discreto cambiamento nelle strategie utilizzate in battaglia, ma soprattutto modificò l'approccio alla battaglia da parte dei nobili che, fino ad allora, erano protetti dalla cotta di maglia e a cavallo. Il cavaliere ebbe l'esigenza di proteggersi ulteriormente, quindi cominciarono a adottarsi le prime armature di piastre solo per alcune parti del corpo.

Caccia alla gru
La balestra modificò a tal punto le regole dell'ingaggio in battaglia che il suo uso fu spesso osteggiato. Nel Concilio Laterano II del 1139 con bolla ribadita da papa Innocenzo II, si vietò l'utilizzo della balestra tra eserciti cristiani mentre, era concesso utilizzare tale arma contro gli eserciti musulmani e contro gli eretici.
Per concludere, la maggior parte delle balestre medievali aveva una potenza media misurabile in termini di carico di tiro o libbraggio (misura della tensione della corda, espressa generalmente in libbre-forza o chilogrammi-forza, quando essa viene tesa al massimo) di circa 45 Kg, ma con l'introduzione nei secoli a venire dell'acciaio, furono costruite balestre in grado di sviluppare un libbraggio di oltre 500 Kg e con una gittata utile di oltre 450 metri.

16 giugno, 2017

I cavalieri, l'elìte fra gli uomini d'arme

La società medievale si reggeva essenzialmente su tre pilastri: i chierici, i contadini ed i cavalieri. Oggi vedremo insieme quest'ultimo pilastro in particolare, scoprendo la loro vita, il loro modo di rapportarsi con la società dell'epoca, le loro idee.

Arazzo di Bayeux, cavalieri normanni
I cavalieri erano la classe nobiliare dell'epoca medievale. Erano i guerrieri a cavallo, o al massimo al dorso di un asino; e la loro forza e perizia nel combattimento, consentiva loro di avere il controllo del territorio, e di conseguenza, potere sugli abitanti che esso ospitava.

Due teorie esistono sull'origine dei cavalieri:

  • La prima afferma che la diffusione delle signorie di banno, nel XI secolo, avesse favorito l'ascesa di una classe di professionisti della guerra, appositamente disposti alla sua difesa. Una elite ristretta formò i cavalieri, che svilupparono una serie di cerimonie di iniziazione al cavalierato. Fra il XII ed il XIII secolo, i cavalieri divennero un ceto chiuso, il cui diritto si passava in maniera ereditaria, consentendo così l'embrione per la genesi di una vera e propria casta nobiliare.
  • La seconda invece, sostiene che questa fu una professione a cui la nobiltà si avvicinò gradualmente, e che inizialmente era portata avanti da una serie di servitori del signore. Per perorare tale idea, l'autore della teoria, Jean Flori, analizzò l'etimologia del termine inglese per cavaliere, knight, che deriva da cnith, che significa appunto servitore. Nel XIII secolo, poi, si ebbe l'introduzione di un codice d'onore per il cavalierato.
I barbari avevano provetti guerrieri a cavallo: Unni ed Alani, ma in genere i popoli delle steppe dell'odierna Russia, basavano tutta la loro forza su di una cavalleria estremamente organizzata e competente, che infatti mise in seria difficoltà gli stati europei. A differenza di Unni ed Alani, Sassoni, Frisoni, Longobardi, Franchi, Juti, seppero integrarsi coi popoli esistenti. Loro combattevano a piedi, ma usavano il cavallo per gli spostamenti.
Il cavallo era un animale elitaro, costoso, ragion per cui solo le persone facoltose potevano permetterselo; il cavaliere, si addestrava fin da piccolo a divenire tale, motivo per il quale questa classe di guerrieri si distinse molto presto dal resto degli strati sociali.

Museo del Louvre - bassorilievo di un cavaliere
I popoli germanici, entrando in contatto con quelli dell'Europa meridionale, portarono con loro anche le gesta e le saghe degli antichi cavalieri, creando un'aura mitica intorno a questa figura. Le canzoni di gesta erano infatti epiche, basti pensare alla francese Chanson de Roland, che narra le gesta del paladino Rolando durante la battaglia di Roncisvalle del 778 d.C.

Cattedrale di Angouléme, bassorilievo descrivente la Chanson de Roland

Questo distinguersi dai ceti minori, favorì lo sviluppo di una simbologia di stemmi da disegnare sugli scudi per distinguersi sui campi di battaglia, dando inizio alla disciplina dell'araldica, ossia lo studio del blasone. Colori, simboli, immagini, parole, lettere, partizioni dello scudo. Tutto era studiato seguendo quelli che erano i canoni dell'araldica.
Tutta la simbologia, la liturgia, la grande quantità di denaro, la forza, la possibilità di decidere le battaglie, crearono un solco fra il mondo dei cavalieri e quello rustico, che veniva, in alcuni casi, addirittura disprezzato.
Infatti la cavalleria aveva un peso determinante sul campo di battaglia: d'altronde si parla di veri e propri carri armati ante litteram, delle fortezze mobili che potevano letteralmente travolgere le linee di fanteria con la sola massa. Questo vantaggio strategico, consentiva di avere notevoli opportunità di arricchimento.
Tale arricchimento ed ottenimento di potere fu così importante che un popolo, quello dei normanni, riuscì a fondare delle proprie dinastie, ed addirittura un proprio regno! Basti pensare a quello di Sicilia nel sud Italia, che si espandeva dall'isola fino a Napoli.

Codice miniato: cavalieri in combattimento

I valori della cavalleria divennero un punto di riferimento per i codici etici della futura nobiltà europea. In generale il codice cavalleresco, cosa che poi ha contraddistinto il concetto di "cavaliere" nell'immaginario collettivo, ruotava intorno ad alcuni valori e norme di comportamento, come la virtù, la difesa dei deboli e dei bisognosi, la verità, la lotta contro coloro che venivano giudicati malvagi e gli oppressori, l'onore, il coraggio, la lealtà, la fedeltà, la clemenza e il rispetto verso le donne.

10 giugno, 2017

Great Battles of Historie Medievali: la battaglia degli speroni d'oro

La battaglia degli speroni d'oro ("Guldensporenslag") o battaglia di Courtrai, tenutasi l'11 luglio 1302 sulla piana di Groniga nei pressi di Courtrai, oppose il re di Francia, Filippo il Bello, alle milizie delle città fiamminghe insorte contro il suo stesso dominio.
I comuni delle Fiandre erano soggetti da due anni al dominio di Filippo re di Francia, il quale aveva inviato un grande contingente di occupazione al fine di mantenere con la forza la sovranità sulla ricca regione.
La battaglia fu preceduta dalla ribellione dei cittadini di Bruges che massacrarono la guarnigione francese presente nella città; rapidamente la rivolta si estese e altri comuni fiamminghi unirono le proprie forze a quelle di Bruges.

La battaglia di Courtrai in una miniatura del XIV secolo
I comuni ribelli riuscirono a mettere insieme un'armata di circa 11.000 uomini, di cui alcuni equipaggiati di picche, altri con dei goedendag (armi simili a bastoni dotati di una punta ferrata all'estremità). I francesi, guidati da Roberto d'Artois, misero in campo circa 3000 cavalieri, coadiuvati da 4000-5000 fanti a sostegno.
L'esercito fiammingo attese i francesi a Courtrai, nella Fiandre, collocandosi in un luogo compreso fra due fiumi e due canali d'acqua creati apposta per ostacolare i movimenti dell'esercito francese.

Lo schieramento delle truppe fiamminghe durante la battaglia degli speroni d 'oro- Incisione sul baule di Oxford
I due eserciti si trovarono contrapposti uno di fronte all'altro sulle sponde opposte dei canali. I cavalieri francesi avanzarono, guadando senza problemi i canali, e caricarono la fanteria nemica; ma le milizie fiamminghe, determinate come non mai, ressero l'urto della carica e nella mischia che seguì, spinsero i francesi fin quasi all'interno del canale. A questo punto i cavalli non poterono indietreggiare ulteriormente e si ritrovarono in balia della fanteria fiamminga, che trasformò quella che sarebbe dovuta essere una disfatta, in un massacro per i francesi. Sotto i colpi delle picche fiamminghe, perirono almeno 500-700 cavalieri, compreso lo stesso Roberto d'Artois.

La battaglia degli Speroni d'oro in una stampa del XVI secolo
Questa battaglia fu definita "degli speroni d'oro" proprio per i tanti trofei di guerra sottratti dai fiamminghi agli sconfitti cavalieri francesi.

07 giugno, 2017

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che oggi vi proponiamo, sono le seguenti:

TORTA DI RE MANFREDI (dopo la battaglia di Montaperti, 1260)

Ingredienti:
300 gr di cuore di pollo
300 gr di fegato di pollo
Erbette miste come timo, maggiorana, dragoncello, alloro, chiodi di garofano
vino rosso
Sale e Pepe
Ingredienti per la Pasta classica (Pasta Brisée)
200 gr di farina
100 gr burro
sale e acqua quanto basta

Procedimento:
Impastare gli ingredienti per la pasta brisée; una volta ottenuto un composto omogeneo, lavate e tritate grossolanamente le rigaglie di pollo; saltatele poi in padella con dello strutto e le erbette varie tritate con l'aglio.
In una teglia stendete la pasta classica a formare una torta aperta, aggiungetevi la carne e spennellate il sopra con uovo sbattuto che formerà una graziosa crosticina dorata. Infornate a 150° per un'ora circa.


PURÈ DI LENTICCHIE

Ingredienti:
500 gr lenticchie verdi
1 mazzetto di odori (prezzemolo, salvia, rosmarino, timo, basilico)
3 cucchiai di buon olio d'oliva
zafferano quanto basta
6 cucchiai di parmigiano appena grattugiato
4 uova sbattute
sale

Procedimento:
Cuocere le lenticchie a fuoco lento in una quantità d'acqua pari a quattro volte il loro volume, insieme all'olio, allo zafferano e agli odori. Se rimane molta acqua, scolare, altrimenti passare al setaccio o schiacciare col pestello. Mescolare le uova sbattute e il formaggio. Scaldare nuovamente le lenticchie e toglierle dal fuoco. Aggiungere al composto le uova e il formaggio e mescolare bene. Si otterrà un bel purè sodo e vellutato, dal sapore deciso.

05 giugno, 2017

Il Gambeson

Il Gambeson, o gambesone, è una giacca molto imbottita che veniva indossata a scopo difensivo; veniva usata sotto l'armatura durante il periodo medievale. Molto spesso il gambeson veniva chiamato anche "Giacca imbottita, Aketon, Giacca d'arme o Brigantina", con studi recenti si è fatta una vera e propria differenziazione in base all'epoca e com'era costruito. A differenza del gambeson, l'altra giacca, chiamata Aketon, era usata in un periodo poco posteriore a quest'ultimo, e cioè nell'XI secolo; ma era dotato di lacci sulla parte frontale, poteva avere le maniche smontabili, ed era meno imbottito del normale gambeson. Cosa molto differente era invece la Giacca d'arme che veniva usata alla fine del medioevo, dal 1300 in poi: dotata di differente imbottitura, più aderente, veniva usata sotto le piastre d'arme (armatura di piastre); inoltre aveva delle giunzioni di cuoio, lacci o bottoni al centro per aprire e chiudere, oppure pezzi di cotta di maglia nelle parti vulnerabili dell'armatura di piastre.
Vi era anche la Brigantina: un gambeson senza maniche e imbottito come quelli precedenti, solo che questo tipo lo si corazzava con fasce di cuoio o pelle bollita.
Il Gambeson quindi, veniva indossato sotto l'armatura separatamente sia nei periodi invernali che estivi. Le tecniche di costruzione di questi indumenti erano molto minuziose, e chiamate "Quilting" o trapuntamento. I materiali scelti per questa protezione erano il lino o lana, oppure un misto tra le due componenti. Studi recenti su campioni ritrovati hanno riscontrato anche gambeson con cotone e addirittura con scarti di indumenti vari, compreso crine di cavallo.

Soldato con Gambeson, Bibbia Maciejowski
Le prime apparizioni nella storia furono nei secoli precedenti all'era medievale: infatti nel IV secolo a.C., alcuni cavalieri Sciiti ne facevano uso; ma le prime tracce in Europa si ebbero intorno alla fine del X secolo, dove le forme e la lunghezza erano molto variabili.
Distinguiamo due differenti forme del gambeson: quelli indossati sotto l'armatura (es.usbergo), e quelli indossati senza l'ausilio di un armatura. Quest'ultimo viene realizzato tendenzialmente più spesso e più lungo, arrivando a coprire sia il collo che oltre le ginocchia; inoltre l'imbottitura era fatta con un mix di differenti tessuti, oppure in pelle o tela pesante; altre varianti erano costituiti di strati di cotone, lino o lana. Contesto differente per l'uso dei gambeson ai soldati semplici tipo fanteria, costoro non portavano armature per questioni di costi, ma nel compenso volevano protezione contro attacchi avversari, quindi usavano un gambeson molto più spesso e con imbottiture non solo di cotone, lino o lana ma anche con cuoio o pelle indurita, in modo tale da rendere più difficile la rottura del tessuto stesso e di non essere feriti facilmente.

Ricostruzione di un Gambeson
Per concludere, lo scopo di questa protezione sotto o al posto dell'armatura era quello di proteggere chi la indossava, nelle cronache medievali delle Crociate, i Cavalieri Ospitalieri di S.Giovanni d'Acri, durante la battaglia di Arsuf (1191), vennero bersagliati a più ondate dagli arcieri di Saladino mentre marciavano lungo la costa: si racconta che le frecce nemiche, colpendo i cavalieri, restavano conficcate all'interno e non ferivano minimamente il bersaglio (parliamo non della singola freccia ma molte di più). Sorpresi, gli uomini di Saladino iniziarono ad arretrare visto che li stavano per caricare. Dopo quella disavventura da parte musulmana gli Ospitalieri furono chiamati "Diavoli neri" per non essere morti per le frecce subite, e nero per il saio che indossavano. Questo vuol dire che un gambeson con un usbergo posto sopra poteva fermare tranquillamente una freccia avversaria, lo spessore ne faceva la differenza ma anche le aggiunte di parti in cuoio o pelle bollita dava la sicurezza anche per botte forti.
Ancora oggi vi è un dibattito concernente se effettivamente venisse utilizzato il cotone oppure no, essendo poco usato nel periodo di transizione tra l'alto e il basso medioevo perchè veniva coltivato in Asia e poi diffuso in Medio Oriente, fu in largo uso nel periodo della Prima Crociata in poi.
Un dibattito storico riguarda all'uso del gambeson da parte dei Normanni durante il periodo precedente il 1066 e nella battaglia di Hastings, avendo l'arazzo di Bayeux si può notare che forse sotto la cotta portassero dei gambeson. Questo lo fa ipotizzare per la forma stessa che ha il cavaliere e da piccoli rettangoli alla fine della cotta stessa; se facciamo però mente locale, possiamo dire che già i Vichinghi ne facevano uno al loro tempo, questo ce lo dicono le tombe ritrovate e da scavi archeologici che attestano come già secoli prima dei Normanni, i Vichinghi utilizzavano questa protezione.

Rappresentazione di un Giacca d'arme e della cotta posta sopra di esso (1300-1400 circa)

03 giugno, 2017

Proposte di lettura - Amor eretico

L'omosessualità è un tema di profonda attualità. Se al giorno d'oggi in Italia ed in Europa si discute a livello politico su quali diritti debbano avere le coppie omosessuali, figuriamoci cosa può essere successo nel medioevo. Pensiamoci un attimo: in un mondo permeato e dominato da una religione che accoglie il sesso solo a scopo riproduttivo, mentre condanna aspramente i suoi aspetti di solo piacere o di rinsaldamento del legame affettivo, è facile immaginare quanto potesse essere difficile la vita di una coppia omosessuale.

C'è un'autrice che ha scritto una stupenda novella su tale argomento, storicamente vincolata in modo estremamente minuzioso, fin nei minimi particolari. Il suo nome è Cathlin B., ed il titolo di questo interessante libro è "Amor Eretico".



Ambientato nella prima metà XI sec. (fra il 1037 ed il 1050, per la precisione), la novella parla di due persone, un chierico ed un mercante, che si incontrano per caso sul passo del Gran San Bernardo, sulle Alpi. Il loro viaggio sarà un progressivo avvicinamento, che ci porterà a conoscere le grandi difficoltà che una coppia omosessuale si trovava ad affrontare all'epoca, dalle voci alle accuse, fino alle conseguenze più tragiche.
La caratterizzazione dettagliata dei personaggi e la perfetta descrizione dei luoghi, fanno intuire un approfondito studio ed un'attenta ricostruzione filologica, nonostante la scarsità di documenti storici per tale periodo. La trama, anche se semplice, è intricata e tiene incollato il lettore per tutto il tempo della lettura.
Il giudizio di allora sull'omosessualità, è perfettamente incarnato dal terzo personaggio che accompagna le peripezie dei due amanti, che bene incarna il pensiero dell'epoca su di una sessualità che, come detto anche sopra, non poteva essere vissuta senza lo scopo riproduttivo. La presenza di tale personaggio inoltre, conferisce pathos alla trama, ponendo i due protagonisti in un perenne "chi va la", non facendo mai calare l'attenzione nel lettore e, di conseguenza, non rendendo mai lo sviluppo dei fatti noioso.

La storia inoltre, è corredata da una serie di note ed una postfazione, che ben spiegano sia il contesto storico, che alcuni aspetti che potrebbero sembrare oscuri ai lettori meno documentati sulle vicende medievali.

Il giudizio nel complesso è ottimo: una storia veloce, filologicamente ben vincolata e che ben si colloca in un periodo di attualità.

30 maggio, 2017

La birra nel Medioevo

La birra, così come il vino, era una delle bevande più diffuse ed utilizzate durante tutto il Medioevo. Infatti, veniva consumata da tutte le classi sociali del nord e dell'est Europa; si preferiva la birra al vino, soltanto per una questione legata al clima sfavorevole che non consentiva la coltivazione di vigneti, i quali, di contro, avevano enorme diffusione nel sud del continente. Qui, la birra veniva consumata dai ceti più popolari, in quanto non si poteva disporre o essere sempre sicuri riguardo la purezza dell'acqua, motivo per il quale si prediligevano bevande per la cui produzione fosse prevista la bollitura dell'acqua.
Nel Nord Europa invece, la birra era parte integrante dell'alimentazione e se ne consumavano anche trecento litri pro-capite annui durante il Basso Medioevo, periodo in cui era servita ad ogni pasto. 

Miniatura che ritrae un monaco che beve e versa della birra
Ed è proprio dopo l'anno Mille che la produzione della birra, precedentemente appannaggio delle donne, diventa un'attività quasi esclusivamente maschile. Questo perché nei monasteri, soprattutto in quelli olandesi e belga, i monaci, per mantenere vivo il legame tra birra e religione (si narra che le prime donne babilonesi a produrre birra, fossero delle sacerdotesse del tempio), cominciarono a praticare l'arte della birrificazione. Col tempo però, la produzione iniziò a superare il fabbisogno (seppur elevato, basti pensare che era consentito bere fino a 5 litri al giorno di birra) giornaliero, così i monaci cominciarono a vendere l'eccesso.
Con la crescita esponenziale del commercio della birra, i regnanti capirono che non potevano lasciarsi sfuggire una grande occasione di guadagno, per cui fecero di tutto per impedire ai monaci, che non pagavano le tasse, di operare in un campo così redditizio.

Un monaco alle prese con la produzione della birra
Per ciò che concerne il processo vero e proprio di produzione della preziosa bevanda,  bisogna dire che la pratica dell'aromatizzazione mediante l'uso del luppolo, fosse già conosciuta nel IX secolo, ma che fu adottata con costanza, soltanto alcuni secoli dopo, a causa delle difficoltà nello stabilire le giuste proporzioni tra i vari ingredienti. Prima dell'avvento del luppolo quindi, si adoperava la "gruit", una miscela di varie spezie e non solo; infatti, vi si potevano trovare anche bacche di ginepro, prugnolo, corteccia di quercia, assenzio, seme di cumino selvatico, anice, genziana e rosmarino. Il risultato era che la birra priva di luppolo, sostanzialmente dovesse essere bevuta e non potesse essere esportata. L'unica alternativa era rappresentata dall'aumentarne il contenuto alcolico, cosa che però comportava anche un aumento non trascurabile dei costi.

Il luppolo, la preziosa pianta-fiore che consentì la produzione su larga scala e l'esportazione della birra
Ed è per queste ragioni che, in Germania, a partire dal XIII secolo, si cominciò a perfezionare il processo di produzione di birra luppolata. Il prodotto finale, a quel punto, aveva un gusto e dei valori nutritivi migliori, oltre al fatto che potesse essere esportato, anche su vasta scala, grazie all'utilizzo di botti di grandi dimensioni. Questa fu il motivo per cui le monarchie europee capirono che questo giro d'affari non potesse essere trascurato.
Nei comuni tedeschi inoltre, si migliorò anche la gestione e la professionalità degli uomini che gestivano il processo produttivo.
Questo modello vincente si diffuse ben presto in Olanda e nelle Fiandre, fino a raggiungere la Gran Bretagna nel XV secolo. Furono proprio gli inglesi ad introdurre delle leggi che imponevano l'uso del luppolo nella birrificazione, leggi che furono poi adottate anche da altri paesi. Questi provvedimenti legislativi, in Inghilterra, portarono a sollevazioni contadine, in cui si sosteneva che il luppolo rovinasse il gusto della birra. Ovviamente, tutte le rivolte furono brutalmente represse nel sangue.

28 maggio, 2017

Le Scarpe nel Medioevo

Vari tipi di scarpe vennero usate durante i differenti periodi dell'epoca medievale. Ad esempio, durante l'alto medioevo, le scarpe che venivano utilizzate maggiormente erano un semplice pezzo di pelle arrotolato intorno al piede e legato con dei lacci. Le tendenze e la moda del tempo, si diversificarono man mano che si avanzava col tempo. Similmente, durante il periodo basso medievale, iniziò ad essere usato il cuoio o pelle più robusta; il materiale e lo stile ebbero il compito di riflettere lo status sociale di chi le indossava. Le scarpe medievali erano varie sia per stile che per il materiale utilizzato, ad esempio in Francia, Spagna e Italia venivano usati una specie di sandali chiamati Alpargata  molto famosi durante l'epoca medievale. Tra il clero, veniva usata una scarpa chiamata Caliage, che era molto simile al modello del sandalo romano.

Alpargata

Caliage

Altre scarpe tipiche medievali erano le Calopedes, Buskin, Corked e molte altre.

Buskin

Il materiale principale per costruire le scarpe era la pelle, veniva usata una diversa qualità a seconda di dove ci si trovava. La qualità della pelle nei primi secoli del medioevo era bassa, poi con l'avvento delle Crociate e degli scambi commerciali in tutta Europa, si rafforzò il commercio anche verso l'Asia, consentendo di acquistare ed avere a disposizione pelle di maggiore qualità, e a prezzi abbastanza contenuti rispetto ai secoli precedenti. Altri materiali usati furono la lana e la pelliccia.
La scarpe maschili erano varie e di diversi stili: nei villaggi era comune indossare scarpe che erano lunghe fino sopra il ginocchio, erano legate da lacci frontalmente. Le scarpe per i nobili e cavalieri venivano fatte con materiale di ottima qualità e costruite con tacchi bassi. 

Scarpe da uomo XIV-XV sec.
Le scarpe da donna erano uguali a quelle degli uomini, ovviamente alcuni modelli erano esclusivamente femminili, ma si distinguevano anche a seconda del ceto sociale, quindi se popolana oppure nobile. Le più note scarpe medievali femminili erano le Turnshoes. Queste scarpe erano costruire con uno spessore maggiore e di pelle leggera. Mentre per le popolane, erano costruite con una pelle di bassa qualità o comunque di lana o pelliccia a seconda dei periodi. 

Turnshoes

Per concludere, i nobili durante l'alto medioevo usarono scarpe molto semplici e poco elaborate, a differenza del basso medioevo, dove lo stile e l'eleganza ebbero notevole importanza con tessuti pregiati: le scarpe erano costruite con materiali differenti di altissima qualità e con uno spessore maggiore.

Scarpe Bizantine